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Agroalimentare, il trattato Canada-Ue che minaccia le eccellenze lucane

Basilicata
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Il pecorino di Filiano è uno dei 4 prodotti lucani a marchio Dop
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UNO schiaffo alle eccellenze dell’agroalimentare lucano ma anche il rischio di spalancare le porte al grano duro al “glifosato” o alla carne estera. Tutto grazie alla cancellazione dei dazi. Questo e molto altro si rischia se l’Italia, adeguandosi all’Europarlamento, ratificherà  l’accordo di libero scambio Canada-Ue, quel “Ceta” contro cui produttori e organizzazioni sono già scesi in piazza il mese scorso.

Tra un mese il Parlamento italiano tornerà a discuterne, ma già s’intravedono le conseguenze nefaste in una regione come la Basilicata dove i prodotti di nicchia a marchio Dop e Igp (4 per ogni denominazione: si tratta rispettivamente della melanzana rossa di Rotonda, caciocavallo silano, pecorino di Filiano e olio del Vulture; e del canestrato di Moliterno, fagiolo di Sarconi, peperoni cruschi di Senise e pane di Matera) hanno fette di mercato e margini di crescita sempre più ampi, con nuove eccellenze che iniziano ad imporsi e attendono il “timbro” europeo.

«L’accordo di libero scambio con il Canada – denuncia da tempo Coldiretti –, non solo legalizza la pirateria alimentare, accordando il via libera alle imitazioni canadesi dei nostri prodotti più tipici ma spalanca le porte all’invasione di grano duro trattato in preraccolta con il glifosato vietato in Italia e a ingenti quantitativi di carne a dazio zero». 

A rischio i circa 900 prodotti che rappresentano l’eccellenza dell’agroalimentare europeo, in cui l’Italia è leader con le sue 291 tra Dop e Igp (vale a dire un terzo del totale): nell’accordo contestato sono inserite soltanto 41 tra Dop e Igp italiane, nessuna delle quali è del Sud, ad esclusione della mozzarella di bufala campana. A proposito di “bufale”: secondo un recente Dossier della Coldiretti, su quelle 250 denominazioni Made in Italy non protette potrebbe scattare «il via libera all’uso di libere traduzioni dei nomi dei prodotti tricolori (un esempio è il parmesan) e alla possibilità di usare le espressioni “tipo, stile o imitazione”».

Proprio sul tema imitazioni, Coldiretti Basilicata è stata netta: «Non possiamo tollerare la presunzione canadese di chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi –  ha evidenziato il presidente di Coldiretti Basilicata, Piergiorgio Quarto – perché si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori  in quanto si rischia di avere un effetto valanga sui mercati internazionali dove invece l’Italia e l’Unione Europea hanno il dovere di difendere i prodotti che sono l’espressione di una identità territoriale non riproducibile altrove, realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione e sotto un rigido sistema di controllo». Per Quarto, oltre che «un rischio mortale per tutte le tipicità della Basilicata», il Ceta «rappresenterebbe un duro colpo soprattutto al settore cerealicolo, essendo il Canada un forte produttore di grano duro, e questo di fatto cancellerebbe la produzione lucana».

Mentre il direttore regionale di Coldiretti Basilicata, Francesco Manzari, ha denunciato che «sono aumentati del 15% gli sbarchi di grano duro del Paese nordamericano in Italia nei primi due mesi del 2017, con manovre speculative che stanno provocando la scomparsa della coltivazione in Italia. Per questo è quanto mai opportuna  una valutazione ponderata e approfondita dell’argomento soprattutto in considerazione della mancanza di reciprocità tra modelli produttivi diversi che grava sul trattato».

Oltre al danno, sarebbe una beffa per la Basilicata, se si pensa che nel primo trimestre 2016 la regione ha esportato prodotti agricoli per 14 milioni di euro con un incremento, rispetto al primo trimestre 2015, di circa il 21%, accorciando notevolmente il divario con l’export del petrolio fermo a 52 milioni di euro (dati Cia Basilicata) e attestandosi come comparto importante per l’export del “made in Basilicata”.

Politica e istituzioni lucane per ora tacciono, se si eccettuano le prese di posizione degli esponenti di Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia in Consiglio regionale.

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