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Cause fasulle e truffa all'Inps, la replica dei legali: «Impossibile incassare somme destinate ai clienti»

Basilicata
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POTENZA - Respingono con forza tutte le accuse gli avvocati Michele Petrocelli e Raffaella Spolidoro, marito e moglie di Tramutola, indagati dalla Procura di Potenza per una presunta maxi-truffa ai danni dell’Inps, più falso e corruzione in concorso con altri «individuati agli atti del procedimento». Replicando all’articolo pubblicato dal Quotidiano del Sud (LEGGI L'ARTICOLO), l’avvocato Petrocelli spiega che all’origine della denuncia del direttore provinciale di Potenza dell’istituto ci sarebbe un contrasto sul pagamento di somme per la rivalutazione di assegni di disoccupazione agricola che quest’ultimo ritiene già onorati. Quindi nega tecnicamente la possibilità di aver incassato le somme all’insaputa degli oltre 700 assistiti indicati negli atti della Procura. L’inchiesta era venuta alla luce nei giorni scorsi quando la Guardia di finanza ha fatto irruzione nello studio dei due legali con un ordine di perquisizione e sequestro dei computer e di 689 fascicoli, a nome di altrettanti agricoltori residenti nella circoscrizione del Tribunale di Lagonegro: da Lauria a Sant’Arcangelo. All’interno dell’esposto del direttore provinciale dell’Inps venivano denunciate «gravissime irregolarità nella gestione del contenzioso» da parte dell’ufficio legale dell’ente, allegando anche alcuni atti di precetto a firma di Petrocelli.

Di seguito la replica integrale:

Gentile Direttore, nella nostra qualità di avvocati convenzionati con Patronati da almeno 25 anni, opportunamente premesso che i processi non si fanno sui giornali, salva ovviamente ogni azione sia in sede penale che civile a tutela della nostra immagine, intendiamo replicare all’articolo del Quotidiano apparso in data 8 aprile 2017 contenente inesattezze e notizie inverosimili nei nostri confronti. Esiste, presso l’INPS di Potenza, un numero imprecisato di sentenze ineseguite (maternità, disoccupazione) tra cui, anche quelle di adeguamento. In un paese civile, cosa dovrebbe fare un Ente condannato al pagamento di una determinata somma e il beneficiario della prestazione?

Chiunque risponderebbe: l’Ente dovrebbe pagare e, in mancanza, il beneficiario dovrebbe chiedere l’esecuzione della sentenza allo stesso modo di come fa lo Stato quando deve riscuotere i propri crediti. L’attuale direttore provinciale INPS, in carica a Potenza da poco tempo, nel cimentarsi nella gestione di questo risalente contenzioso, è di diverso avviso ed ha adottato scelte antitetiche rispetto a quelle di tutti i precedenti direttori. Non ha dato spontanea esecuzione alle sentenze passate in giudicato e, nel corso di una discussione intercorsa con il sottoscritto avv. Michele Petrocelli verso fine estate scorsa, alla presenza, tra l’altro, di alti funzionari INPS, per dissuadere lo scrivente dal proseguire nelle esecuzioni, ha perentoriamente sostenuto che tutti gli assistiti sarebbero già stati pagati.

Poiché il sottoscritto ritiene che principale dovere dell’Avvocato libero professionista sia quello di tutelare le ragioni di chi si è a lui rivolto, soprattutto quando si tratta di persone umili e indifese senza farsi intimorire dai diktat della controparte, per quanto potente possa essere, ha continuato, come aveva fatto in precedenza, a difendere i propri assistiti secondo le indicazioni da costoro fornite. Ne è nato un esposto-denuncia del direttore INPS alla Procura di Potenza in cui, da quanto si apprende dall’articolo, si sospetta che i sottoscritti abbiano incassato somme a nome di 700 agricoltori, in parte ignari o già morti. Si tratta di sospetto inverosimile e, prima ancora, ridicolo. È preoccupante che un attento giornalista come l’autore dell’articolo a cui si replica, non consideri che i pagamenti degli enti pubblici non vengono effettuati al bar dell’angolo o a un qualche sportello ove potrebbe presentarsi una persona diversa dal destinatario, bensì attraverso specifiche procedure che ne assicurano la tracciabilità tra cui l’accredito diretto sul conto del beneficiario oppure l’emissione di assegni non trasferibili intestati alla parte.

È praticamente impossibile, allora, che un avvocato o qualsiasi altro terzo possa avere incassato somme portate in assegni non trasferibili intestati ai clienti, addirittura “ignari” o che le somme dovute ai deceduti possano essere state azionate e riscosse da avvocati, da qualche angelo custode e non invece dai legittimi eredi secondo le norme del tuttora vigente codice civile. Soltanto a riprova, si invia copia di uno dei tanti assegni circolari intestato alla parte ritualmente consegnato alla stessa, previa sottoscrizione per ricevuta del titolo e della relativa documentazione fiscale, nonché copia di una delle tante certificazioni uniche 2017 provenienti dalla banca erogante ed inviate allo studio in cui si attesta che nei confronti del cliente (che ha incassato l’assegno o gli assegni e non certo degli avvocati), sono state effettuate le ritenute di legge nella misura ivi indicata. Ciò è avvenuto per tutti gli assegni pervenuti allo studio, nessuno escluso.

Infine, la Lamborghini custodita in garage citata nell’articolo è davvero fiammante perché il sottoscritto, a causa del numero di ore quotidianamente dedicate allo studio, alle udienze e ai vari spostamenti per lavoro, non trova tempo di usarla. Se l’autore dell’articolo fosse interessato visto che vi ha dato risalto, potrà formulare una congrua offerta di acquisto.

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