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È più fico se prende l'autobus

Basilicata
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Didascalia Foto: 
Roberto Fico a piedi nel tragitto Quirinale – Palazzo Chigi
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SE uno volesse scegliere un'immagine per racchiudere e spiegare il senso di vuoto del populismo di questi anni di cervelli disconnessi, basterebbe affidarsi alla foto che ha fatto il giro del mondo: il presidente della Camera, Roberto Fico, che sale al Quirinale per ricevere l'incarico di esploratore da Mattarella, circondato da decine di agenti della sicurezza. Una mobilitazione di uomini incredibile e dispendiosa, energie e risorse a iosa, per proteggere il desiderio di Fico di andare al Colle a piedi. Ma davvero se ci fosse andato su una semplice auto-civetta (magari bianca, non le vituperate e peccaminose blu), scortato da soli tre carabinieri, il popolo pentastellato avrebbe gridato al tradimento del sacro programma?
I politici, gli elettori vivono di simboli, di gesti emblematici, di pose e mosse che contengono messaggi; ma non è che stiamo esagerando e perdendo il senso della realtà? Quando i pensieri di questo Paese usciranno dalla gabbia della sudditanza in cui ci hanno rinchiuso due libri come “La Casta” e “Gomorra”?
I seguaci del M5S, che in pochi anni hanno messo su il primo partito d'Italia, compiendo una scalata che darà lavoro per mezzo secolo ai politologi del pianeta, non possono banalizzare il loro percorso chiedendo ai propri eletti atteggiamenti ai limiti del ridicolo. Una cosa è il taglio delle spese dei politicanti, i vitalizi, l'imposizione di un comportamento austero, l'abolizione di sprechi e privilegi; un'altra è imbarcarsi in scelte integraliste, che complicano l'esistenza di chi ha incarichi istituzionali; senza contare i disagi delle donne e degli uomini che devono vigilare su di loro. Va bene il primo giorno in autobus, va bene il treno al posto dell'aereo, va bene non abusare di certe prerogative, ma crediamo che, per gli impegni del suo mandato, il presidente Fico abbia tutto il diritto di usare un'auto e usufruire di agevolazioni e comodità. Con la massima serenità, senza ansia e sensi di colpa. 
Nelle piazze ci si può stare anche con comizi-invettiva, i turpiloqui, i vaffa e gli auspici di morte per gli avversari (non è elegante, ognuno mette quello che ha in cuore e nella mente). Nelle istituzioni ci si sta seguendo un galateo di riguardo e rispetto per tutti gli italiani; magari con riservatezza e sobrietà, senza suscitare clamori e frastuoni. La passeggiata da Montecitorio al Quirinale non è stata una decisione in linea con il basso profilo, tanto rivendicato e sbandierato. I milioni di cittadini che hanno scelto di affidarsi a Luigi Di Maio e alla sua squadra, si aspettano dal governo e dalla loro classe dirigente decisioni di ben altra efficacia e spessore. Invocano cambiamenti radicali, scelte drastiche: non pensiamo che possano accontentarsi solo di atteggiamenti simbolici. Vogliono concretezza. Tutta l'Italia ha assoluto bisogno di cose e di fatti tangibili. Solo così potremo lasciarci alle spalle questa tormentata stagione di odio e rancore, di divisioni insanabili, di sfiducia. Tornare a confrontarsi sui problemi, sulle cose da fare, tornare a studiare e a informarsi prima. Usare la testa e non la pancia. Solo così la politica potrà recuperare il suo ruolo nobile, di guida e di selezione degli obiettivi di una comunità. Basta con i tweet, i messaggini, i discorsi inutili, le pose da ciarlatani per accalappiare consensi. Davvero credete che la gente, con tutti i guai che ha, sia così stupida da abboccare ancora?
Se uno decide di portare un fiore sulla tomba del povero Giulio Regeni, lo facesse in silenzio, senza inondare l'universo di foto. Torniamo alle cose serie, vere. Disoccupazione, debito pubblico, povertà, scuola nel caos, quartieri periferici da incubo, sanità a pezzi: c'è una lista di problemi urgenti da risolvere. Pensate che uno abbia tempo da perdere per stare a contare le auto blu? Tanto per capirci: se domani comparisse un sindaco o un assessore in grado di far sparire in pochi giorni spazzatura e buche dalle strade di Roma, pensate che la gente starebbe lì a guardare con che mezzo va in ufficio?
Giorni fa, Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera ha scritto del rallentamento della ripresa economica, di una nuova recessione all'orizzonte. Forse sarebbe il caso di concentrarsi su questa iattura, i cui effetti su un Paese fragile e in convalescenza come il nostro, potrebbero rivelarsi devastanti. Invece si continua a inanellare selfie su selfie pieni di banalità e di esibizionismi, da luoghi improbabili, nei quali  se non ci fosse la demagogia avvilente di questo secolo, certi politici non ci avrebbero mai messo piede neanche sotto tortura.

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