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Primarie Pd, De Filippo rinuncia.
Niente deroga per Lacorazza

Basilicata

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La deroga l’aveva praticamente in tasca, con il comitato nazionale che già
aveva ratificato. Ma poi il governatore De Filippo ha deciso che no, non è
il caso di correre alle primarie per aspirare a un posto in parlamento.
Potrebbe accettare, se servisse a completare la lista, purché in posizione
non utile. Interrompere la legislatura in corsa, aprirebbe scenari
complicati per la Basilicata, in un periodo di complessi equilibri
economici e sociali. 
E’, in fondo, il principio generale che aveva mosso il partito nel
costruire un sistema di regole di accesso alle candidature alle primarie:
meglio di no, se si è consiglieri regionali, sindaci di comuni grandi,
presidenti di Provincia. La corsa alle primarie, l’eventuale campagna
elettorale e poi la possibile elezione significherebbe grandi cambiamenti
nei territori (con molti enti costretti a sciogliersi e a tornare al voto).
E il Pd non vuole rinunciare all’immagine di responsabilità che ha retto
anche nel sostegno al governo Monti. 
Piero Lacorazza, invece, alla deroga deve rinunciare: in assemblea
regionale si era proposto in corsa alla selezione popolare. E’ tempo di
innovazione, oltre che di rinnovamento, spiega da un po’. Ma il comitato
centrale che ha vagliato le richieste di deroga arrivate dai territori, ha
detto no. «Se l’indirizzo è stato quello di evitare scossoni negli enti,
sono doppiamente soddisfatto», ha detto a caldo, raccogliendo la bocciatura
della richiesta. Da un lato, spiega, si conferma una linea di partito che
punta alla responsabilità. Dall’altro «restano in vigore, così, le
motivazioni che mi avevano spinto a chiedere di concorrere», ragioni
strutturali, nulla di personale. 
Se la deroga di Folino è stata accettata senza obiezioni (il quarto ad
averla richiesta è il consigliere regionale Vincenzo Santochirico), restano
aperti molti fronti nel partito. Roberto Speranza, da segretario regionale,
dovrà risolvere uno scenario piuttosto intricato. 
Si comincia, per esempio, con i malumori che già nell’assemblea di
mercoledì si sono affacciati a proposito del “chi può e chi no” aspirare a
un posto in parlamento. Perchè - ha fatto notare più di qualcuno - c’è un
articolo dello statuto regionale del Pd, l’articolo 28, secondo cui non si
possono accumulare più di quattro mandati, tra esperienza parlamentare e
amministrativa regionale. A rispettare questa norma, buona parte della
truppa dei big papabili alle primarie - con o senza deroghe - sarebbe fuori
dal gioco. Tra i parlamentari uscenti (che non hanno bisogno di raccogliere
firme come tutti gli altri, nè hanno bisogno di deroghe) quasi tutti
cumulano venti anni di impegno istituzionale. Filippo Bubbico è approdato a
viale Verrastro nel 1995 come la senatrice Maria Antezza. Ancora più
indietro, per esempio, si fissa la data di avvio della carriera
istituzionale di Carlo Chiurazzi. Il punto, allora, è decidere quale norma
(e limitazione) far prevalere: il regolamento nazionale costruito ad hoc
per queste primarie scavalca ogni altra obiezione? 
In molti hanno fatto notare che, comunque, la stessa tempistica con cui si
devono fare i conti è una limitazione alla reale partecipazione. Un
candidato “comune”, che non viene da una forte esperienza istituzionale o
da un ruolo politico importante (di quelli per cui, con o senza bisogno di
deroga, c’è riconoscibilità di partito nell’elettorato) ha avuto solo sette
giorni di tempo per preparare la documentazione, raccogliere le firme,
costruire un minimo di campagna elettorale. 
Non è l’unico dei “nodi” con cui i democratici devono fare i conti. Lo
stesso regolamento adottato per le primarie ha finito per costruire
situazioni paradossali. E’ il caso, per esempio, del criterio di “parità di
genere”, o comunque dell’indicazione nazionale per la presenza di donne
nella rosa dei candidati al parlamento. Nella circoscrizione materana la
soluzione sembra già definita: dovrebbe essere Maria Antezza la donna in
corsa. Per la senatrice uscente, così, non sarebbe neanche necessario
interrogarsi sull’applicare o meno quell’articolo dello statuto regionale. 
Più in bilico il versante potentino. Nonostante da qualche giorno si
facciano nomi di possibili candidate, sarà difficile - salvo improvvisi
exploit - che le primarie le consegnino vincitrici. Non c’è in realtà
un’ipotesi che sembra poter aspirare a una eleggibilità.  Si profila,
allora, per rispettare la presenza di genere nella lista finale di
candidati, la possibile presenza di una donna “esterna”, forse della quota
che il pd ha garantito a livello nazionale  ai socialisti.

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