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Dibattito a Potenza, con Turco, Fattorini
e Vianello: «Pd, clientele e affari»

Basilicata

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POTENZA - Anche se la campagna elettorale è al suo apice, è stato bello fermarsi per una mattinata a parlare di donne tra donne. Un dibattito organizzato dal Pd, è vero, ma che di campagna elettorale non ne aveva il sapore. Perché nella piccola sala della “Tenuta le querce” a Potenza, piena di donne di diversa età, la politica ci è arrivata di rimbalzo, tra i ricordi di Livia Turco e quelli di Emma Fattorini. Vecchie e nuove battaglie, che devono fare i conti con la dolorosa domanda di una trentenne di oggi, Maddalena Vianello, che chiede a sua madre Mariella Gramaglia (giornalista e deputato comunista n.d.r.): «Non ti aspettavi che sarebbe andata così, vero?».
Un incontro per mettere un punto e andare a capo, perché si pensava di aver ottenuto tutto e, invece, a quarant’anni di distanza da quel Sessantotto tante volte evocato, è chiaro che sono troppe le cose che le donne hanno perso per strada. E a spiegarlo, con un esempio personale, è Lucia Serino, direttore del Quotidiano della Basilicata e moderatrice dell’incontro: «Mia madre venne riportata a casa dai tre fratelli quasi con la forza, lei non doveva studiare ma accudire la casa e i maschi che lì vi abitavano. Cosa ha trasmesso a me e a mia sorella? Un profondo senso di libertà, che nasceva proprio dalla sua condizione di donna che non aveva avuto la possibilità di scegliere. Ma quella libertà si è tradotta poi in esasperazione quando io ho deciso di diventare madre. Immaginate? Una madre che scoraggia la figlia e  che la invita a non volere una gravidanza».
La libertà dov’è? Nella scelta: quella di avere un lavoro, quella di avere una famiglia, quella di non perdere per strada la femminilità, «perché è giusto che una bimba giochi con le bambole e non con i giochi da maschio». Perché le donne sono come i vecchi comunisti, uguali ma diverse.
E quella diversità, quella capacità di costruire una storia che è tutta interiore, che è il loro punto di forza.
Maddalena e sua madre Mariella, con le lettere racchiuse nel libro “Fra me e te”, questo l’hanno capito. Così come hanno capito che il dialogo, anche tra le persone più vicine, è roba difficile. «Abbiamo sempre parlato di tutto - dice Maddalena - ma avevo sempre l’impressione che non riuscissimo mai ad arrivare al nocciolo delle questioni». E così queste due donne - la femminista di ieri e quella di oggi - iniziano un profondo scambio di sensazioni e paure, di passioni e rabbia. Non solo come madre e figlia, ma come donne. Entrambe arrabbiate e disilluse, ma tutte e due  consapevoli che questo è il momento per reagire. Se non ora, quando? Perché quel carico di dignità, di rispetto per il proprio corpo, non può ancora essere umiliato dalle tante Minetti.
Ma è questione solo di donne? La conciliazione, il fatto che le donne siano le più brillanti negli studi ma poi sempre quelle senza lavoro, sono problemi da donne o non riguardano forse il modo di gestire il rapporto tra generi?  Il fatto che si scelga di portare, a esempio, in Parlamento quella che ti fa fare bella figura non perché brava  ma perché ha belle tette non è un problema per tutti noi, a prescindere dal sesso di appartenenza? Perché è attorno a queste questioni che si misura poi la capacità di un Paese, la dignità della politica e delle istituzioni.
E non cataloghiamo queste questioni dicendo “è roba da femministe”, perché è stata forse proprio l’uscita di scena del femminismo militante ad averci regalato le Olgettine.
Cosa manca a noi donne per prenderci questo mondo e ricostruirlo? «Manchiamo di senso di solidarietà - dice Emma Fattorini - e poi ci carichiamo di un’onnipotenza che ci incastra. Penso anche alle questioni legate al nostro corpo, all’incapacità spesso di avere coscienza del limite. Mamme a sessant’anni. E per questo invoco un nuovo umanesimo, fondato su valori condivisi. Perché tra laici e cattolici possiamo magari pensarla diversamente  ma sui grandi temi dobbiamo trovare un fronte comune. E parlo di cose concrete, dalla maternità alle unioni civili, un problema che non  possiamo più rinviare, perché qui è la politica a essere indietro rispetto alla società».
E poi c’è Livia Turco, che merita un capitolo a parte. Perché qualche volta le donne meritano di essere citate individualmente. E lei, che di politica vive da decenni, che è stata ministro e nome di punta prima del Pci e poi dei suoi ibridi figli, non si sottrae anche alla critica. Non è una di quelle che ti dice “ho fatto questo e quello”, ma è una che si commuove e non lo nasconde. E’ una che dice: «E’ vero, dobbiamo fare una critica al femminismo e al fatto che è stato spesso troppo elitario». E che fa una riflessione anche all’interno del suo partito: «Possibile che questi uomini non sappiano riconoscere il tanto da noi fatto? Tra di loro si citano  con nome e cognome. E quando parlano di noi dicono genericamente “E poi c’è stato il movimento delle donne”. Io fui richiamata dal mio partito quando lanciai l’idea che “Le donne cambiano i tempi”.  Poi raccogliemmo 300.000 firme e loro dovettero ricredersi». E’ una che ti racconta che dovette subire l’ironia di Pajetta quando ricordò ai compagni che il Pci aveva sì perso le elezioni  ma le donne del partito erano però andate molto bene: “Le disgrazie non vengono mai da sole”.
Perchè è vero, qualcosa quelle donne l’hanno sbagliata. Ma ci hanno provato a combattere con tutte le loro forze. Dentro quel partito e anche fuori. Che prima di loro una donna non aveva il diritto di studiare. E oggi noi siamo qui, invece, a farlo. Che prima di loro non avrei potuto lasciare un marito violento, non avrei potuto scegliere di non avere figli. E invece oggi io scelgo di diventare madre.
E di strada da fare ancora ce n’è tanta: bisogna recuperare la dignità e la forza. E poi imparare a lottare insieme trasversalmente per i temi seri, come la precarietà del lavoro. Questo «è un imperativo categorico», dice Livia Turco. E poi dobbiamo imparare a «riempire un vuoto: quello lasciato dalla nostra incapacità di rappresentare la bellezza della maternità». E’ il passo avanti che il femminismo deve fare. Per riprendersi spazio, per disegnare un Welfare decente, per costruire una nuova strada, dove protagonisti siano i sentimenti. Che non sono cose da donne. E quando gli uomini se lo ricorderanno sarà forse tutto più facile.

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