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Le missioni impossibili
e la pizza di fine mandato

Basilicata

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POTENZA - L’ex presidente del Consiglio Prospero De Franchi si è fatto rimborsare anche una pizza per 12 persone l’ultimo giorno della scorsa legislatura, quando si è accomiatato lasciando il parlamentino lucano. Totale 188 euro, che a testa fa 15 e mezzo. L’assessore alla sanità Attilio Martorano, uno che in missione non rinuncia nemmeno allo champagne, ha speso otto volte di più per sè  e per il proprio accompagnatore (269 euro) alla corte di Roy Salomon Caceres, lo chef colombiano che fa impazzire la capitale. Poi ci sono le fatture incrociate di Erminio Restaino e Roberto Falotico al Singapore Sling di Potenza, e quelle “pezzottate” di Antonio Di Sanza a Policoro. Mentre Agatino Mancusi riusciva a stare a tavola nel capoluogo anche se risultava in missione in nord Italia. Una missione impossibile. Sarà che a queste latitudini il pranzo è un’occasione per stare insieme e per la famiglia, un uomo di principi tradizionali, è disposto a questo e ad altro. 
C’è questo e ancora molto di più nelle carte depositate nell’archivio dell’ufficio gip di Potenza. Si tratta delle informative di carabinieri, finanza e polizia sui rimborsi per le spese dei gruppi e di rappresentanza dei singoli consiglieri per cui mercoledì scorso sono finiti agli arresti domiciliari gli ormai ex assessori Rosa Mastrosimone e Vincenzo Viti, e l’ex capogruppo del Pdl Nicola Pagliuca. 
Con loro in 7 hanno ricevuto il divieto di dimora nel capoluogo, più uno -un ex consigliere- nel suo comune di residenza. E con questi anche per altri 5 è stato disposto il sequestro di alcune migliaia di euro sui rispettivi conti corrente, da 5mila a 26mila, fino a un totale di 170. 
Per tutti, gli interrogatori di garanzia che erano attesi già ieri sono slittati a lunedì, così anche gli avvocati avranno tempo per studiare quanto emerso dal lavoro certosino effettuato nei mesi scorsi dagli investigatori coordinati dai pm Francesco Basentini e Sergio Marotta. Il risultato è che oltre ai 16 raggiunti dall’ordinanza di misure cautelari disposta dal gip Luigi Spina in 22 attendono di sapere che decisioni prenderà la procura del capoluogo diretta dal capo Laura Triassi, sempre per contestazioni dello stesso tipo, ma per importi inferiori ai 5mila euro a testa. Quello che si prospetta è una pioggia di avvisi di garanzia da cui dei membri dell’attuale consiglio regionale, in via di scioglimento dopo le dimissioni di Vito De Filippo, dovrebbero salvarsi soltanto in 3: un vendoliano come Giannino Romaniello, un centrista come Ernesto Navazio e un fratello d’Italia come Gianni Rosa, tanto per coprire l’intero arco consiliare (saltando i partiti big). 
Per capire di che si sta parlando, e che non c’è grande differenza con quanto addebitato ai consiglieri presi di mira dal gip, basta leggere la scheda, una delle 48 compilate tra membri dell’attuale e della scorsa legislatura, di Antonio Di Sanza, tranfuga da Forza Italia nel Pd, e secondo dei non eletti alle regionali del 2010. Tra la sua documentazione giustificativa per il contributo già intascato «per l’esercizio del mandato senza vincolo di mandato» è saltata fuori schede carburante da 2.775 euro che il titolare del distributore indicato sopra non ha riconosciuto. Qualcun  altro deve averle firmate ed è probabile che l’avvocato sia chiamato a spiegare chi è stato. Poi c’è una serie di fatture di ristoranti della sua zona, come il Divino Lucano, il bar spaghetteria L’altro impero, il ristorante pizzeria Magna Grecia. Solo per restare a Policoro. Mentre a Francavilla l’allora consigliere sembra essersi fermato due volte al ristorante “Al giardinetto”. 
Chiaro che non si parla dei cuochi sudamericani prescelti dall’assessore Martorano, né di cene impossibili come quelle dell’ex vicepresidente Mancusi. Ma se i 100 euro sulla fattura diventano 180, i 535 diventano 585, i 39 diventano 59, e addirittura i 12 diventano 14 qualcosa di strano c’è. 
Altra stranezza riscontrata dagli investigatori, o meglio «anomalia», riguarda invece l’ex assessore Erminio Restaino e il neo assessore Roberto Falotico, che non solo devono proprio aver avuto gli stessi gusti culinari (anche se non si direbbe per la diversa fisionomia), ma devono proprio essersi accordati per andare a ristorante. Dopo l’ultimo goccio d’amaro c’è poi da immaginarsi la corsa per arrivare alla cassa, la lite per stabilire a chi spettava pagare (e farsi rimborsare) con il titolare che alla fine decide di fare a metà. In un anno sono 50 le fatture sequenziali tra quelle rendicontate da entrambi, emesse una dopo l’altra al Singapore Sling in 24 occasioni diverse. Inoltre in un paio di queste occasioni agli atti dell’inchiesta risultano non solo fatture per Restaino e per Falotico, ma anche per il vecchio mono-gruppo di Falotico (e basta) in consiglio: “Per la Basilicata”. Un intreccio di scontrini, manicaretti e cruditè - passando dalla carta “à la carte” - per diverse migliaia di euro, su cui si sono concentrati i sospetti degli investigatori.

 

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