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Dov'è l'anima di Matera?

Basilicata

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UN TEMPO Matera era considerata – da sociologi, antropologi e poeti – la capitale emblematica della Civiltà Contadina. Poi, a partire dal 1948, allorquando Palmiro Togliatti visitò quella che ormai dappertutto veniva definitiva “vergogna nazionale”, la città dei Sassi divenne laboratorio politico-urbanistico, perché si diede il via a un massiccio Sfollamento, cioè alla “deportazione” di migliaia di materani che vivevano in condizioni disagiate e spesso disumane verso borghi agricoli moderni e attrezzati quali La Martella, Venusio, Picciano.

I braccianti divennero agricoltori, impiegati pubblici, operai, emigranti e, nel volgere di pochi anni – appunto, alla metà degli anni ’50 – Matera cambiò i propri connotati storici e la propria struttura antropologica.

Se De Gasperi firmò nel 1952 il decreto sullo Sfollamento lo si dovette anche a Emilio Colombo, all’epoca giovanissimo sottosegretario lucano di Stato, olimpico profeta della modernizzazione della Lucania, tra i grandi protagonisti di una lunga stagione “pubblica” durante la quale si aggredì il sottosviluppo costruendo strade, ponti, fognature, scuole, ospedali e incrementando enti statali e parastatali, e dunque tentando una gigantesca metamorfosi sociale: non più contadini, non più braccianti, non più pastori, i lucani, ma operai, emigranti, e poi in gran numero impiegati pubblici. Così, nel volgere di pochi decenni, da capitale della Civiltà Contadina Matera divenne modesta capitale piccolo-borghese, anche grazie a una massiccia emigrazione interna dai paesi della provincia e dalle province circostanti, soprattutto pugliesi.

Studiare il laboratorio ancora aperto di Matera significa perciò studiare i mutamenti in atto nel Sud. Dopo lo Sfollamento della metà degli anni ’50, i materani, ormai divenuti operai (nelle industrie della Val Basento, nel Polo dei salotti, alla Barilla, ecc.), impiegati pubblici, commercianti, voltarono le spalle – in tutti i sensi, anche sentimentalmente – ai Sassi, al luogo comune della “vergogna nazionale”.

Poi, a metà degli anni ’80, s’avviò il Risanamento del Sasso Barisano e del Sasso Caveoso, e lentamente si tornò a guardare a quella miseria – che lungamente era stata abbandonata e “rimossa” – con occhio moderno e forse postmoderno, e nell’imbuto infernale di caratura dantesca raccontato con forza eterna da Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli arrivò il design, il neo-antico, l’esotico chic; e, soprattutto, il turismo, anche internazionale, sempre in cerca di splendori antichi di fronte ai quali stupirsi con meraviglia.

Negli anni ’80 i Sassi erano totalmente abbandonati, trascurati, degradati, disabitati. La modernità non sapeva cosa farsene, di quell’antica capitale di sofferenze e umiliazioni. E così divenne calco vuoto, dentro il quale ognuno ci metteva – e ancora ci mette – tutto ciò che vuole: la nostalgia, il rimpianto, il sospiro del sollievo, oppure l’opportunismo turistico. Oggi questo calco vuoto, che solo si può riempire con l’immaginazione o con le cronache esatte di storici quali Gattini e Giura Longo, pullula di botteghe artigiane, alberghi, bed&breakfast, ristoranti, pub, caffè, musei. E se un tempo la parola d’ordine era “scappare” dai Sassi, oggi impera il contrordine di “ritornare”, magari per ambientarvi un film, un cortometraggio, una fiction. Ovviamente ricordando i registi illustri – Rosi, Pasolini, Tornatore, Gibson – che lo fecero quando ancora i Sassi non erano diventati un brand scenografico. Non a caso a Matera c’è la sede della Lucania Film Commission diretta da Paride Leporace, e non a caso a Matera è nato un Comitato istituzionale molto agguerrito che sostiene la città dei Sassi a capitale della Cultura europea 2019.

Ma l’anima di Matera, quella, dov’è? L’industria della Val Basento è stata smantellata, la Barilla ha chiuso i battenti, mentre il polo dei salotti, che assorbiva migliaia e migliaia di operai e operaie, oggi è infiacchito dalla concorrenza sleale, dall’eccessiva pressione fiscale e dalla crisi economica. Per non parlare dell’agricoltura cerealicola, che è letteralmente in ginocchio. Perciò Matera sta tentando una gigantesca – l’ennesima – metamorfosi: puntare tutto sulla cultura e sul turismo, anche se ci sono migliaia di ex-operai e cassintegrati che sono profondamente smarriti da questo ennesimo Sfollamento. I numeri sembrano dare ragione a quanti lavorano nella direzione di questa seconda metamorfosi, perché le presenze turistiche aumentano e, con esse, le strutture ricettive – mediamente di alto livello.

Ma la domanda che si pone Matera è, in fondo, la domanda che in questi ultimi anni si stanno ponendo quasi tutte le città storiche d’Italia: è davvero possibile far vivere di cultura e di turismo la maggior parte della popolazione? E quanti anni richiederà questa radicale metamorfosi, ancor più radicale della prima, che sradicò la cultura contadina in favore di quella operaia e impiegatizia?

C’è qualcosa che però ferisce, in questa lotta epocale che Matera sta combattendo. Perché realizzare compiutamente questa seconda metamorfosi significa mummificare definitivamente luoghi, memorie e habitat che appena ieri furono vivi, caldi, brulicanti di vera vita e forti di una secolare identità. Si dirà che l’identità muta sempre ed è liquida compenetrazioni di tempi, di istanze moderne e “strutture” antiche. E forse è giusto che sia così, ma veder ridotti Scotellaro, Pierro, Aliano, Craco vecchia, gli stessi Sassi a tappe di un Piccolissimo Tour delle miserie passate lascia in chi ebbe la fortuna di nascere in quel “clima” un’amarezza profonda, una smarrita derealizzazione.

Matera è ormai una città postmoderna a tutti gli effetti: vive di citazioni, di ri-territorializzazioni, di contaminazioni stilistiche, della fusione di immaginari plurali. Una grande storia è naufragata e ora si vive contemplandone le rovine, che però fruttano un benessere intelligente, anche se è angusto nella misura in cui è frutto della morte di una Civiltà. A quest’altezza del discorso vale ancora quel che Carlo Levi disse a proposito del cimitero barbarico longobardo: che a Matera i morti vivono sulla testa dei vivi.

Ma davvero Matera, come l’Italia intera, vivrà nei prossimi decenni di cultura, di turismo, di benessere, di bellezza paesaggistica? Ecco, questa è la più grande domanda che tutti i materani accorti si pongono, ben sapendo che questa seconda metamorfosi sarà ancor più rischiosa della prima.

C’è poi un’altra sfida che Matera nello specifico dovrà vincere. Ed è questa: la bellezza dei Sassi è il frutto di un’antica Civiltà misera e priva di strumenti culturali, mentre, tanto per fare un esempio, le bellezze di Venezia, Siena e Firenze sono il frutto del mecenatismo e delle potenze mercantili e religiose. Caso più unico che raro, a Matera la bellezza è frutto spontaneo di quelle che un tempo si chiamavano “classi subalterne”. Saprà la borghesia materana di oggi costruire – fosse anche soltanto nella creazione di un’armonia dell’immaginario – una simile grandezza? Oppure nei prossimi anni ci dovremo aspettare pessimi cortometraggi, qualche presentazione di libri e una serie di eventi pretestuosi per costruire intorno alla “cultura a Matera” il solito meccanismo poco virtuoso di spesa pubblica in qualche misura parassitaria e improduttiva? Questa sì che sarebbe una sciagura, anche se non è chiaro come costruire identità e stabilità diffusa col binomio cultura-turismo. Una cosa è certa: quando a una città riesce questo difficile connubio – è il caso di Firenze e di Venezia – allora vuol dire che quella città è definitivamente morta, perché, anziché essere protagonista di un presente vivo, si riduce a esporre la propria storia, i propri gioielli e i propri morti, ovvero a subire il passato, sia pure in forme postmoderne e accattivanti. Com’è evidente, si tratta di una radicale mutazione antropologica, che trasforma le persone in guide turistiche e in narratori di antiche storie perdute e irripetibili.

Cosicché venire a Matera sarà un giorno come andare a Petra o a Palmira. Tutto questo “i nostalgici” lo sanno, anche se sono ormai derisi da quanti, con piglio retorico e progressista, gridano dappertutto che bisogna “superare il levismo”, ovvero dimenticare la profonda lettura del carattere spirituale dei lucani che fece Carlo Levi, che purtroppo è stata scambiata per una impudica condanna di miserabilità. Ma giustamente, come scriveva Rocco Scotellaro, “nei sentieri non si torna indietro”. Oggi i materani vogliono essere protagonisti di qualcosa che si mette in movimento, tanto che si contano a centinaia le produzioni letterarie, cinematografiche, artistiche, gli eventi culturali e le iniziative turistiche innovative.

Un grande timore che resta è quello di vedere una città che rimane a mezz’aria in un’eterna precarietà: né contadina, né operaia, né impiegatizia e nemmeno culturale, essendo la cultura – ma anche questo potrebbe essere valutato come un passatismo – frutto spontaneo del talento individuale.

Una città che, abbracciando tutte le identità utili in un preciso momento, finisce col non averne nemmeno una. Sempre che avere un’identità sia un “valore” ancora utile a quest’Italia ormai incapace di fare la Storia e perciò costretta a “vendersi” quella che seppe fare, anche con le pezze al culo, in secoli e secoli di tribolazioni e di sofferenze inaudite.  

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