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I francobolli di De Filippo
e il collaboratore a giorni alterni

Basilicata

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POTENZA - Per il governatore è il responsabile di quelle fatture. Vere o false solo lui può dirlo. Per questo gli inquirenti hanno deciso di convocarlo ma una volta seduto le sue parole sono state tutt’altro che convincenti.

E’ accusato di false informazioni al pm «con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di assicurare l’impunità a Vito De Filippo» Nicola Brenna, storico collaboratore del due volte presidente. L’iscrizione nel registro degli indagati risale al giorno stesso del suo interrogatorio, concluso con l’invito a nominarsi un avvocato da parte dei pm Sergio Marotta e Francesco Basentini che l’avevano convocato soltanto come persona informata sui fatti.

Nel capo d’imputazione nei suoi confronti vengono riepilogate 5 bugie che avrebbe detto ai magistrati. In primis che la corrispondenza  a cui si riferiva l’acquisto di francobolli era indirizzata a «sindaci, segretari di sezione del Partito democratico, conoscenti e simpatizzanti del partito e del presidente». Poi che le ricevute erano state ritirate dalla tabaccheria di Francesco Marino, anche quando i francobolli erano stati acquistati nella tabaccheria della figlia. Quindi che li avesse acquistati nella tabaccheria di Serena Marino soltanto nel primo semestre del 2011 mentre in precedenza e in seguito avrebbe continuato a rivolgersi al padre. «Non riusciva a offrire alcuna spiegazione - gli contestano ancora i pm - al fatto che nel primo semestre del 2010 la spesa per francobolli sostenuta da De Filippo ammontava a 390 euro mentre quella del primo semestre del 2011 a oltre 2.300». Infine di aver sostenuto di aver gestito la corrispondenza di De Filippo acquistando quei francobolli «fuori dall’orario di lavoro», mentre lui stesso aveva dichiarato in precedenza di far parte della segreteria del presidente e «di occuparsi tra le altre cose anche della sua corrispondenza».

Brenna non è il primo ad essere accusato di false informazioni al pm. In precedenza proprio i due tabaccai da cui risultano venduti i francobolli in questione erano tornati sui loro passi dopo aver disconosciuto le relative fatture finendo tra gli indagati nel filone principale dell’inchiesta sui rimborsi.

l.amato@luedi.it

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