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La città che vorrei
Paolo Albano parla da sindaco

Basilicata

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UNA PROVOCAZIONE, un gioco. Ma neppure troppo. Un modo per ricominciare a parlare di città, dei suoi spazi, di quello che cerca e vuole una comunità. Così eccovi il primo candidato sindaco per le prossime comunali di Potenza: Paolo Albano. E siccome lui le cose le fa seriamente, ecco già pronto, in forte anticipo rispetto a movimenti e partiti, il suo programma. Serio e articolato, con proposte e nuove prospettive. Perché se vogliamo davvero cambiare quello che non ci piace dobbiamo imparare a buttare lo sguardo oltre l’ostacolo. E così dovremmo imparare a chiederci: ma se io fossi sindaco, cosa farei per questa città? Ecco cosa farebbe Paolo Albano, il nostro primo candidato alla carica di sindaco di Potenza.


di PAOLO ALBANO

LA città è il luogo più importante che l’uomo ha, il motore di ogni cosa:  lo sviluppo, le idee, lo scambio fra persone, gli incontri ed  è un’opera che si compie quando tutti i suoi abitanti decidono di darsi. Solo in  questo modo essa saprà sostenere tutti.

Si parte da qui se vogliamo che la nostra comunità  sia in grado di crescere e di prosperare.  Si parte, cioè, dalle persone che fanno una città, dai suoi abitanti, dai suoi cittadini, anche da quelli che l’attraversano per poche ore al giorno. 

E si parte dall’anima di una città.  Ha un’anima la nostra città? La sappiamo? Per una comunità è decisivo conoscere la propria anima e coltivarla. Tanto importante che in alcune città  gli abitanti  sono stati consultati sullo spirito di quel luogo.

Lo spirito del luogo indica il "carattere" di una città, le suggestioni che consegna, l'aria che  si respira. E questo deriva dalle persone che la abitano, dai colori delle case, da quanto cielo si riesce a vedere, dai profumi che lì, solo lì si possono gustare.

E allora  serve, serve moltissimo saper abitare (e trasformare) il proprio “luogo”.

Per questo è necessaria una nuova percezione del tempo.

Che significa?  Che prima c’è la memoria di quel che è stata una città, quella che, ogni tanto, quasi come un rafforzamento di quel che si è, è capace di narrarti il  luogo  in cui sei nato. E solo una città che sa raccontarsi, potrà rinnovarsi.

Abbiamo bisogno come il pane di tenere a mente la sua storia raccontata in ogni possibile incontro, in ogni possibile disagio, in ogni possibile avventura. Ed ecco spiegarsi l’identità. Se ne siamo consapevoli allora sì che possiamo progettarne il futuro.

Perché senza memoria e senza identità il futuro è semplicemente un inganno. Non esiste  una città senza memoria e senza dialogo tra  persone è destinata a fermarsi e poi a svuotarsi. E così una comunità che conosce la sua anima e sa da dove nasce il suo essere speciale può fermare il tempo, ieri,  rinnovare il tempo, oggi, stare al di sopra del tempo e sempre un po’ avanti, domani.

Il cantiere della strada nuova

Tutto questo serve per aprire il cantiere di futuro che si può realizzare. Si può aprire a patto che tutti quelli che fanno una città, ne sappiano le vocazioni, ciò che è in grado di realizzare e sappiano dare valore a tutto ciò che ha da offrire: il suo patrimonio autentico.

Per tutto questo ogni territorio deve difendere la sua storia, il suo paesaggio, (che ne rappresenta l’identità profonda) per mettere a valore questa relazione profonda tra un luogo e il suo modo di essere, proprio come accade ad una persona che si esprime per quella che è e per come si mostra.

Solo in questo modo una città, Potenza, diventa il luogo dove, quando la abiti o, semplicemente, quando ci vai, ti senti atteso, accolto, mai respinto.

Sentimenti che si intrecciano

La memoria, lo svelamento dell’identità, il senso di un futuro realizzabile, servono a niente se non c’è la fiducia, il silenzioso amalgama di ogni comunità, la ragione di fondo di ogni rapporto, familiare ed economico.

Senza fiducia non si investe e si perde anche la consapevolezza e l’orgoglio di quello che si è. “Un’altra città”  si costruisce su un patto di fiducia reciproca incondizionato dove ciascuno  fa la sua parte ed è sostenuto.

Una città che  decida di aprirsi varchi di futuro con questi sentimenti, si muove nel cambiamento e nelle emozioni, esprime creatività, tollera, coltiva quella speranza cristiana che non ci fa disperare. E non invidia come accade in tutte le province impoverite dalla meschinità del “si salvi chi può”. Questa città  ha bisogno di tutti noi che siamo il suo capitale sociale, senza il quale,  non c’è patrimonio che possa avere valore.

E ha bisogno della buona politica, quella che è in grado di raccogliere la visione di quello che dovrebbe essere Potenza e di saperla raccontare ed assecondare.

Ciò che è moderno

“Un’altra città” è moderna? Lo è se la modernità la conduce al suo inizio e ci fa scoprire che essa  non sta al di fuori ma dentro di noi. Quando accade  appare l’altro tempo, quello vero, quello che cerchiamo senza saperlo: il presente, la presenza. E’ la presenza attiva di ciascuno di noi che rende moderno il percorso e riconsegna i sentimenti buoni che servono a uscire da qualsiasi crisi. Bisogna fare presto.

Attorno alle idee e a ciò che decidiamo di fare, dobbiamo mettere tutte le nostre braccia, tutta la nostra mente, tutta la nostra passione. Nella pienezza. Una città è moderna quando: la qualità del tessuto produttivo e dei servizi è un dato di fatto; la politica che sa consegnare visioni senza esercitare potere ne è protagonista; il livello di efficienza e dinamismo della macchina comunale è altissimo; la capacità di aggregazione della società civile è una richiesta avvertita; il rispetto della diversità fa parte del modo di esprimersi di ciascuno.

“Un’altra città ha confini nuovi”: la città estesa

C’è la città e ci sono le comunità che abitano i territori vicini. Queste comunità devono ragionare secondo un progetto comune, camminare in una strada da tracciare insieme, intrecciare gli sforzi per mettere a valore ciò che essa può offrire.

La “Città estesa” è dove rurale e urbano, agricoltura, manifatture e servizi, territorio urbanizzato, destinazioni funzionali e beni pubblici, fruibilità di spazi, beni culturali straordinari, opportunità di letture delle identità e tradizioni antiche possono mescolarsi e rendersi uniche e irripetibili.

La “Città estesa” ha  grandi chances di connessioni, di specializzazioni, di competitività all’interno di aree vaste e territori. E’ la contaminazione delle vocazioni e degli interessi che genera sviluppo.

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