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Una convenzione di troppo per Viceconte
La Regione condannata a risarcire 2 milioni di euro

Basilicata

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POTENZA – Ormai è chiaro: qualcuno ha favorito il laboratorio di analisi del senatore del Nuovo centro destra Guido Viceconte, del cugino Felice e del vicepresidente del Consiglio provinciale Romano Cupparo, primo dei non eletti col Pdl alle scorse regionali ma ancora in attesa di “ripescaggio”. Il risultato? Condannata la Regione Basilicata, il contribuente dovrà risarcire al titolare di un laboratorio concorrente 2 milioni e 170mila euro. Più le spese e gli interessi maturati in 30 anni.

LA SENTENZA

Lo ha deciso il Tar Basilicata accogliendo il ricorso di Gennaro Bastanzio, che dal 1985 a oggi ha dovuto interpellare 2 volte persino il Presidente della Repubblica perché fossero riconosciute le sue ragioni, e a novembre è tornato davanti ai magistrati chiedendo di essere indennizzato per tutti i danni subiti.

La vicenda risale a un’altra epoca, il 1984, quando l’Italia si divideva ancora tra comunisti e democristiani, e presidente della giunta regionale era il compianto Carmelo Azzarà, ex senatore dello scudocrociato.

L’ACCREDITAMENTO

Guido Viceconte era soltanto un medico trentacinquenne. La sua scarna biografia finita sul sito del Ministero dell'interno dopo la nomina a sottosegretario, nel 2011, racconta che avrebbe prestato servizio in imprecisati “istituti universitari”. Prima del 1994 e dell’ingresso nel Parlamento europeo con Forza Italia.

In realtà, dall’anno del mondiale spagnolo, Viceconte aveva messo in piedi una piccola attività nella “sua” Francavilla, assieme al cugino ingegnere e al fidato Cupparo. Si chiamava come si chiama ancora oggi: Centro diagnostico di analisi lucano srl (Ce.d.a.l). Un laboratorio «di analisi cliniche con annessa sezione di citodiagnosi ginecologica».

Poi è arrivata la “benedizione” della Regione, dopo 2 anni, con la decisione di accreditare il Cedal nel comprensorio della vecchia Usl di Senise «per la branca specialistica della patologia clinica limitatamente ed esclusivamente al settore specializzato all’endocrinologia mediante diagnostica e dosaggi radioimmunologici».

In pratica nella convenzione stipulata a giugno del 1984 si sosteneva l’assenza nell’area di «alcun laboratorio di analisi né pubblico, né privato convenzionato, nel settore», dimenticando il laboratorio di Bastanzio a Senise che invece era già  convenzionato da 4 anni.

Inoltre tra le autorizzazioni del Cedal sarebbe mancata quella definitiva per  «l’apertura della sezione specialistica di endocrinologia», motivo per cui il laboratorio avrebbe operato nella “totale illegalità”.

UNO DI TROPPO

Fin qui il ricorso di Bastanzio, su cui il collegio composto dal presidente Michele Perrelli, Giancarlo Pennetti estensore e Pasquale Mastrantuono consigliere, ha deciso sabato scorso, aggiungendo parole molto dure.

Infatti, stando agli stessi criteri di convenzionamento stabiliti dalla Regione Basilicata nel 1980, non poteva esserci più di un laboratorio convenzionato per l’area di pertinenza della Usl di Senise. Quindi il fatto che l’amministrazione regionale abbia «pretermesso il dato oggettivo (...) per preferire piuttosto l’aspetto meramente formale della diversa collocazione giuridica dei due laboratori (quello del ricorrente un laboratorio generale con aggregate sezioni specialistiche e, invece, laboratorio specializzato il Cedal)» costituirebbe un «errore applicativo delle disposizioni non scusabile».

In proposito i giudici del Tar citano quanto affermato dai colleghi del Consiglio di Stato già consultati sul punto, per cui «anche a stare alla pretesa differenza soggettiva fra le due strutture, sta di fatto che dalla documentazione a suo tempo esaminata risulta che anche il laboratorio Cedal nacque come laboratorio generale cui sono state successivamente aggregate le sezioni specializzate prima di cito- diagnosi ginecologica e poi di endocrinologia mediante diagnostica e dosaggi radio immunologici». 

Insomma stava tutto nel leggere le carte, cosa che in Regione, a Potenza, sembra che a suo tempo nessuno abbia saputo, o voluto fare.

E non è finita, purtroppo. Altrimenti il conto da pagare sarebbe stato minore.

PUNTO E DACCAPO

Infatti la questione sarebbe risalita all’ordine del giorno in Regione nel 2006 quando Giorgio Napolitano, eletto da appena due mesi il Presidente della Repubblica, ha annullato la delibera con cui il Cedal era stato convenzionato 22 anni prima.

Nel frattempo Guido e Felice Viceconte avevano ceduto le loro quote nella società, in cui sono subentrati l’attuale amministratore Franco Lupiano e un altro socio, Felice Salerno, entrambi di Francavilla.

D’altra parte Romano Cupparo si era conquistato un seggio in Comune e al Consiglio Provinciale con Forza Italia.

A riprova del fatto che certe cose non sembrano cambiare mai, a via Verrastro ne hanno combinata un’altra. Questa volta a capo della giunta c’è Vito De Filippo, e nel 2007 viene approvata una delibera che prende “atto del raggiunto livello di accreditamento transitorio del Cedal anche quanto ai settori speciali di analisi in questione”.

Ma l’esito del ricorso straordinario di Bastanzio al Quirinale aveva travolto tutti i provvedimenti a favore del laboratorio concorrente intervenuti dal 1985 al 2006. Tant’è vero che sarebbe partito un secondo ricorso e nel 2010 la giunta regionale è dovuta ritornare sul caso, in “ottemperanza” a un nuovo decreto del Presidente della Repubblica, cancellando l’accreditamento del Cedal per la sezione di biochimica clinica e tossicologia.

CERTEZZE E SOLDI

«Un fatto di sicura rilevanza colposa». Così il Tar Basilicata definisce quanto accaduto nel 2007, prima di passare ai calcoli sul danno subito dall’imprenditore di Senise. Un danno «ingiusto», scrive Giancarlo Pennetti. «Dato che incide su un interesse rilevante per l’ordinamento quale è quello d’un operatore economico o di altro professionista a non subìre la concorrenza di altro (...) fondata su atti illegittimamente rilasciati dalla competente autorità amministrativa».

La sentenza prende come dato di riferimento 72mila euro annui di guadagno in meno nel 1984, da rivalutare negli anni successivi secondo il «tasso di crescita dei dosaggi endocrinologici nella Regione Basilicata».

Totale al centesimo: «euro 2.170.786,04», più «interessi e rivalutazione monetaria». Poi 20mila per il consulente incaricato dal Tribunale, 5mila di spese legali e il rimborso del contributo unificato, che di solito ne vale altri mille.

A carico della Regione, s’intende. D’altronde il pasticcio non l’hanno mica fatto i soci della Cedal. Non quelli vecchi, come il senatore Viceconte e suo cugino Felice. Lo stesso Felice che in seguito sarebbe stato nominato a capo dell’Ufficio tecnico del comune di Policoro, ed è incappato anche in un’inchiesta per corruzione, a causa di una presunta mazzetta nascosta in una scatola di sigari per cui è tuttora a processo a Matera. Tantomeno gli attuali soci come il consigliere provinciale Cupparo. Ne hanno beneficiato, questo sì. Ma al loro posto dov’è l’uomo è che avrebbe storto il naso?

l.amato@luedi.it

 

 

 

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