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"Creare lavoro? Sì ma nelle imprese"
Intervista all'assessore regionale Liberali

Basilicata

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POTENZA - C’è un problema, dice, in Basilicata. In realtà quel problema è un po’ ovunque in Italia, ma è qui, in questa regione che deve preoccuparsi di risolverlo. «Manca il sistema», ripete Raffaele Liberali. Ed è un peccato, spiega l’assessore alle Attività produttive, quando le cose buone ci sono, ma viaggiano isolate. O quando ci sono pezzi da aggiustare e non si ha la forza di potersi appoggiare a una rete. Pensando a tutto quello che ruota attorno a lavoro, formazione, innovazione, «non c’è altra via».

Vertenze, riforme, disoccupazione. Non le sembra che la Basilicata viva di continua emergenza?

«Ci sono delle emergenze importanti, povertà e disoccupazione giovanile. Contemporaneamente, però, il contesto di partenza vanta parametri alti sul fronte culturale».

Allora come si fa?

«Con il presidente Pittella proveremo a lavorare su due fronti: da un lato coesione sociale, lavoro per il lavoro. Dall’altro  programmi per creare una richiesta stabile di lavoro».

Urgenza e programmazione, quindi.

«Ci sono molte strade già battute, penso al documento di Cgil, Cisl e Uil, penso al piano Obiettivo Basilicata. Tutte vie che si intersecano con la prossima programmazione dei fondi. Serve individuare misure congiunturali per dare ossigeno al tessuto produttivo, il che significa soprattutto accesso al credito. Nel frattempo, bisogna pensare alla platea diversificata  che ruota attorno all’emergenza occupazione».

Più fasce di emergenza?

«A seconda della situazione, c’è una risposta diversa da dare. C’è una parte della platea che è fatta di fuoriusciti dal mercato del lavoro o da quanti, per età, salute, non possono più lavorare, ma hanno bisogno di sostegno economico. Ci sono poi quanti, pur essendo in grado, il lavoro non lo trovano: pensiamo agli ex lavoratori con più di 50 anni o in mobilità. In questo caso dobbiamo trovare meccanismi per dare loro un’opportunità, senza farne precari dell’amministrazione pubblica».

E per l’altra fascia, quella di appetibili?

«Servono politiche di incentivazione all’impresa. Misure realistiche, è chiaro, non sogniamo l’assunzione a tempo indeterminato. Contemporaneamente, politiche per la formazione attiva. E rispetto ai giovani, capiamo che cosa decide di fare il livello centrale con lo Youth Guarantee e strutturiamo qui azioni complementari».

L’obiettivo generale che ha in testa?

«Serve svuotare la platea, serve ridare dignità alle persone».

E non può essere il pubblico a raccoglierle..

«La pubblica amministrazione è satura. Né sarà nei prossimi anni in condizione di inglobare. È l’impresa che crea lavoro».

Che cosa si aspetta dal lavoro della task force per l’Agenda digitale?

«Dobbiamo mettere in piedi un programma ampio. Serve l’infrastruttura, serve la banda larga o magari il satellitare dove questa non può arrivare in un’orografia così complessa. Serve costruire o implementare le anagrafi utili a cittadini e imprese, servono i dati, serve una pubblica amministrazione trasparente e digitalizzata».

Ma serve anche che la popolazione possa poi sfruttare questa innovazione.

«Abbiamo bisogno - e anche questo sarà in agenda - di cultura digitale. Non basta distribuire tablet nelle scuole, bisogna cambiare modelli di approccio, apprendimento. Il risultato è un accesso alla tecnologia, ai servizi, alle reti davvero per tutti. Anche perché poi il bambino insegna al nonno. Magari potrebbe essere un percorso in cui costruire occupazione con le associazioni sul territorio».

Il lungo termine: come si fa?

«Con una politica industriale sostenibile. Un’impresa competitiva deve avere un vantaggio tecnologico, inutile pensare di abbattere il costo del lavoro. Dobbiamo farcela con la qualità della produzione. Né dobbiamo fare l’errore di dire: “uccidiamo il manifatturiero per i servizi”. Ci abbiamo già provato, non funziona». Piuttosto, ripensiamo la riconversione di settori tradizionali».

Manifatturiero di nuova generazione e..?

«Tutto quello che ci consente la competizione: paesaggio, enogastronomia, cultura. Sapendo che il lavoro sulle infrastrutture  è la premessa».

L’industria a cui dovremmo pensare?

«Ce n’è tanta in Basilicata che va solo ripensata. Penso alla chimica verde dove potrebbero interagire i laboratori Unibas, l’Enea, Agrobios. Magari con l’interesse di realtà nazionali. Così si costruisce un indotto».

Poi c’è la Fiat...

«Cominciamo col dire che c’è il campus di ricerca - a cui si sta imprimendo un’accelerata - che non è al servizio della sola Fiat.

Ci sono altre filiere nel programma presentato dal presidente  Pittella.

«Con i trasporti, l’edilizia e l’energia, dobbiamo guardare anche all’ambiente. In Basilicata c’è una sensibilità marcata sul tema e va assecondata. Il punto è riuscire a trasformare il bisogno legittimo di rassicurazione della popolazione in un’opportunità».

Significa puntare sulla ricerca?

«Nel settore - sensori, controllo della terra - abbiamo capacità, a partire d Asi e Cnr».

Sono le eccellenze che non sappiamo mettere a sistema?

«Anche. Dico che mettendo a sistema le buone pratiche è persino più facile costruire la ricaduta sul territorio. Quando quest’ultima manca cresce la sfiducia».

Su tutto questo, ci sono le riforme di enti di derivazione regionale, come Sviluppo Basilicata.

«L’idea è farne una finanziaria, per rafforzare poi il ramo dell’innovazione. Ma è un problema complessivo, del sistema da ripensare. Dobbiamo farlo anche con la formazione, a partire dalla legge 33 che in tanti hanno chiesto di superare. In più, lavorare sul diritto allo studio che ha ancora poca visibilità».

Programma ambizioso, teme resistenze?

«Soprattutto nella politica e nelle categorie ho riscontrato grande consapevolezza. Se oggi non afferriamo la congiuntura favorevole, questa voglia di cambiamento reale, non ci salviamo più».

s.lorusso@luedi.it

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