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Legge regionale anti aborto
Nel 2012 presentato lo stesso testo ma con altre firme

Basilicata

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POTENZA - La legge di sostegno alle donne che hanno intenzione di rinunciare all’interruzione volontaria di gravidanza non è un’invenzione di questa legislatura, anzi. È la seconda volta che il Pdl ci prova a presentare lo stesso testo, visto che nella scorsa legislatura si era arenato. A tirare fuori le carte dal cassetto che dimostrano come questa iniziativa non sia poi una novità è l’ex consigliere regionale Pietro Simonetti. In sostanza quel testo dove Aurelio Pace è risultato primo firmatario assieme ai consiglieri del Pd fu presentato nel 2012 ma da un gruppo completamente diverso di persone, che non comprendeva i democratici. E non è cambiato nulla da quel testo, perché si parlava dell’istituzione di un fondo per la vita, di elargire 250 euro a tutte le donne disposte a rinunciare all’aborto e dei tempi e accordi da rispettare in base a “percorsi personali” costruiti appositamente nei centri per la vita.

Questa cosa avrebbe garantito alle donne 250 euro al mese per 18 mesi totali. Bastava semplicemente dimostrare di aver rinunciato all’interruzione di gravidanza. E allora come oggi si parlava nelle linee generali del disegno di legge di una iniziativa che non voleva essere assolutamente una «legge anti-aborto».

Salvo poi definire la stessa interruzione di gravidanza una «piaga sociale che causa più morti dell’infarto e del cancro» in spregio agli stessi principi inseriti nella relazione introduttiva al disegno di legge sulla libertà individuale, di pensiero e di azione che gli stessi firmatari attribuiscono alla contestatissima legge 194.

Già, perché la questione principale parte dai dati della relazione ministeriale del 2012, che ha registrato un calo di interruzioni di gravidanza in Basilicata, salvo poi sottolineare il fatto che una consistente fetta di donne ha deciso di abortire in strutture pugliesi.

E non è poi una contraddizione, visto che lo stesso Quotidiano lo scorso hanno ha messo in evidenza un altro fatto: solo il 14% dei ginecologi in Basilicata non sono obiettori di coscienza, fatto che rende assolutamente vano il rapporto tra una legge, la 194, e la sua effettiva applicazione seguendo il principio della libertà di scelta e determinazione della donna.

Dunque, l’iniziativa legislativa, secondo i firmatari, «si pone nel solco della libertà di pensiero e di azione, non volendosi assolutamente qualificare come legge anti-aborto o come mera modalità di invadenza nella sfera personale e privata della donna. Piuttosto vuole porsi quale strumento legislativo in grado di portare un aiuto concreto alle tante donne che, trovandosi in difficoltà economica, si vedono costrette a rinunciare al proprio bambino».

La questione è chiara a metà, perché di questi tempi con 250 euro al mese più che discutere di sostegno economico si potrebbe parlare di “contentino”. Stesso vale per quel vincolo assoluto che detta i criteri per l’erogazione del beneficio. Il contributo mensile infatti è «vincolato all’effettiva partecipazione, da parte della madre, al progetto di aiuto concordato tra il consultorio familiare pubblico o privato accreditato e il centro di aiuto alla vita iscritto nell’elenco regionale». E ancora: «l’erogazione avviene previa verifica che la gravidanza comporti un effettivo disagio economico per la madre». Non sociale, familiare, ma solo economico. Il resto conta poco. E a centri e consultori spetta creare un «percorso personalizzato» che la donna dovrà rispettare, previo ritiro del finanziamento mensile.

Non sarà una legge anti aborto ma in pratica potrebbe sembrarlo, soprattutto se si parte dal presupposto che la donna obbligatoriamente dovrebbe essere seguita da almeno uno dei 5 volontari stabiliti nel disegno di legge come numero minimo nei centri per la vita. Controllando quasi quotidianamente le attività della donna.

v.panettieri@luedi.it

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