Salta al contenuto principale

Fondi Ue, sfida da 114 miliardi
Intervista ad Andrea del Monaco

Basilicata

Tempo di lettura: 
9 minuti 10 secondi

CENTOQUATTORDICI  miliardi di fondi europei da spendere fino al 2020. Il Commissario europeo Hahn, venerdì scorso, ha ricordato che i fondi europei non possono essere usati per il taglio del cuneo fiscale; tali risorse devono essere impiegate per rendere competitive le nostre imprese ed evitare che chiudano, per infrastrutture importanti, per un piano che rilanci il sistema produttivo italiano e crei lavoro vero; questo è l'unico Job Act possibile. Non usa mezzi termini Andrea Del Monaco, esperto di fondi strutturali europei, già consulente del secondo governo Prodi, della regione Umbria e della Regione Toscana. «L’inadeguatezza della nostra classe dirigente è tutta qui: invocano tutti la crescita, eppure l’Italia non investe le risorse comunitarie, unico strumento contro la crisi. Renzi dovrebbe "rottamare" la classe politica e i dirigenti pubblici che hanno speso poco e male i fondi europei». Poi aggiunge: «La Cancelliera Merkel, appena rieletta a settembre 2013, ipotizzò una task force a Bruxelles sui fondi europei con poteri sostitutivi degli stati membri inefficienti (sottolineando che il primo Paese problematico per la cattiva spesa dei fondi UE fosse l'Italia)».

Come si arriva alla cifra di 114 miliardi fino al 2020?

«Nei prossimi due anni si sovrapporranno due canali finanziari. Primo: il residuo della programmazione 2007-2013: 28,89 miliardi di euro non spesi al 31 dicembre 2013 (secondo i dati pubblicati sui siti dei Ministeri della Coesione Territoriale e delle Politiche Agricole) così suddivisi: i rimanenti 22,89 miliardi dei programmi cofinanziati dal Fesr (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e dal Fse  (Fondo Sociale Europeo); i rimanenti 6 miliardi di euro dei piani cofinanziati dal Feasr (Fondo Europeo Agricolo di Sviluppo Rurale). Nel 2007-2013 l'Italia ha speso solo 37 miliardi dei 66 miliardi di euro a disposizione: tale incapacità dei predecessori dà a Renzi un'opportunità; poiché Bruxelles (grazie alla deroga del meccanismo N+2) concede altri due anni per spendere, il Governo può dimostrare di essere capace e adeguato alla crisi, può usare tutti i 28,89 miliardi di euro entro dicembre 2015 ed evitare il disimpegno automatico del cofinanziamento europeo. Secondo: gli 85,3 miliardi del periodo 2014-2020: circa 64,5 miliardi di euro dei programmi cofinanziati da Fesr e Fse; circa 20,8 miliardi dei programmi cofinanziati dal Feasr.» 

Ma questi soldi come sono distribuiti, quanto va alle regioni meridionali?

«Nel ciclo 2007-2013 in Puglia, Sicilia, Calabria, Basilicata e Campania (le regioni ex Obiettivo Uno) si concentra la dotazione più importante dei programmi cofinanziati dai fondi europei: 39,88 miliardi; poichè ne sono stati spesi solo 20,345 miliardi, entro la fine del 2015 occorrerà impiegarne 19,538. Nel ciclo 2014-2020, allo stato attuale della trattativa con Bruxelles, dei 64,5 miliardi dei programmi cofinanziati da Fse-Fesr, 44,6 miliardi dovrebbero essere assegnati alle cinque Regioni; analogamente circa il 40% dei piani cofinanziati dal Feasr, oltre 8 miliardi, dovrebbe essere assegnato alle stesse aree. Sommando i residui dei due cicli, nelle cinque regioni sono allocati fino al 2020 72 miliardi di euro. Poiché è impossibile rilanciare l'economia italiana trascurando il Meridione, poiché la maggioranza dei fondi europei è assegnato al Sud, il primo vero banco di prova del Governo sarà la riprogrammazione  e lo sblocco dei fondi europei.»

Ma la competenza della spesa è anche del Governo Renzi?

«Secondo la certificazione della spesa al 31 dicembre 2013 i Ministeri in Puglia, Sicilia, Calabria, Campania e Basilicata devono ancora spendere 5,2 Miliardi entro il 2015. Il nuovo Governo, per dimostrare di fare bene, deve evitare di perdere il cofinanziamento europeo dei programmi 2007-2013. Vediamo le dotazioni più importanti. Il ministro Giannini ha 1839 milioni del Pon Ricerca e Competitività: potrebbe far tornare i ricercatori meridionali fuggiti all'estero; il Ministro Lupi ha 1153 milioni del Pon Reti e Mobilità: potrebbe  concludere la Salerno-Reggio Calabria; il Ministro Franceschini ha 381 milioni del Pon Attrattori Culturali: 105 milioni sono assegnati al Grande Progetto Pompei, ma mentre i crolli si susseguono, non si ha notizia di spesa veloce ed efficace;  il Ministro Galletti ha 482 milioni per le energie rinnovabili; sempre il Ministro Giannini ha 775 milioni dei due Pon Istruzione: potrebbe riqualificare le scuole meridionali e lottare contro la  dispersione scolastica; il Ministro Alfano ha 354 milioni del Pon Sicurezza: potrebbe digitalizzare gli atti giudiziari delle Procure».

 E la dotazione della regione Basilicata a quanto ammonta?

«Per il 2007-2013 la Regione ha avuto una dotazione di 1742,5 milioni di euro; secondo i dati della spesa certificata dall'ex Ministero della Coesione Territoriale e dal Ministero delle Politiche Agricole, al 31 dicembre 2013 ne erano stati spesi 1099,2 milioni. Vediamo precisamente i risultati dei tre programmi: 1) dei 752,2 milioni di euro di Por Fesr sono stati spesi 445,4 milioni, rimangono quindi 306,8 milioni; 2) dei 322,4 milioni di euro di Por Fse sono stati spesi 230,5 milioni,  rimangono quindi 91,9 milioni; 3) dei 667,9 milioni di euro di Psr Feasr sono stati spesi 423,3 milioni, rimangono quindi 244,6 milioni. In conclusione la Regione Basilicata entro il dicembre 2015 deve spendere 643,3 milioni di euro se non vuole restituire a Bruxelles il contributo comunitario. Senza dimenticare che la programmazione 2014-2020 assegnerà alla Regione Basilicata una dotazione analoga a quella precedente, oltre 1,7 miliardi di euro. Quindi fino al 2020 la Lucania per le politiche di sviluppo avrà circa 2,4 miliardi di euro da spendere».

Cosa dovrebbe fare il Governo per non perdere i 28,8 miliardi del ciclo 2007-2013 da spendere entro il 2015?

«Se non vogliamo che  Berlino ci commissari (con una task force comunitaria) e decida come impiegare i nostri fondi europei, il Governo deve dimostrare capacità ed efficacia. Cancellando il Ministero della Coesione Territoriale e il Ministero degli Affari europei, Renzi ha dato il segnale di voler seguire direttamente i fondi europei. Quindi, essendo Presidente del Consiglio, dovrebbe fare velocemente tre cose per ogni programma: 1) individuare le risorse non impegnate da obblighi giuridicamente vincolanti e programmarle per la prima volta; 2) per quanto concerne invece le risorse impegnate (ma la cui spesa come si evince dai dati è lenta), da un lato, individuare le misure efficaci ed accelerarne la spesa, dall'altro individuare le misure inutili e sostituirle con misure nuove;  per quanto concerne le regioni, Renzi dovrebbe affiancarle per velocizzare la spesa: un ente preposto a questo c'è già, è la nuova Agenzia per la Coesione Territoriale».

Il Ministro Padoan è stato a Bruxelles:  uno dei dossier è la programmazione dei fondi europei  2014-2020, a che punto siamo?

«Secondo la Commissione Europea manca il progetto paese. Per iniziare a spendere  i soldi del ciclo 2014 -2020, l'Italia deve farsi approvare il documento di programmazione ( Accordo di Partenariato) da Bruxelles. A giugno e novembre 2013 i Commissari europei Hahn (Politiche Regionali), Damanaki (Affari Marittimi), Andor (Occupazione) e Ciolos (Agricoltura) hanno scritto all'ex Ministro Trigilia per sollecitare il Governo Italiano ad inviare l'Accordo di Partenariato. Finalmente il 9 novembre l'Italia ha inviato tale documento a Bruxelles.Lunedì 10, i Servizi della Commissione hanno inviato ufficialmente il Position Paper, un documento di valutazione che in 46 pagine stronca la  proposta italiana. Come già riportato da Zatterin su la Stampa  e come confermano fonti "romane" Bruxelles boccia l'Accordo di Partenariato per molteplici ragioni: è assente una chiara strategia di sviluppo, gli 11 obiettivi tematici delineati dal governo sono generici, la logica dell'intervento proposto è debole e si riflette sulla scelta degli obiettivi, è assente un'analisi della capacità amministrativa in funzione degli 11 obiettivi tematici da raggiungere, non si capisce come funzionerà la futura Agenzia per la Coesione Territoriale, mancano dati e osservazioni a sostegno dei progetti da finanziare».

Cosa dovrebbe fare l'Italia e quali sono gli errori da evitare?

«Da evitare è la soluzione ipotizzata dal professor Perotti (e caldeggiata dal Ministro Padoan) secondo la quale, poichè Regioni e Ministeri non spendono i programmi UE, dovremmo farci scontare il cofinanziamento europeo da Bruxelles e usare quei  soldi per tagliare le tasse alle imprese: gli sconti fiscali sarebbero maggiori al Sud che ha la dotazione più consistente di fondi europei. Indipendentemente dalla contrarietà del Commissario Europeo Hahn tale proposta non funziona perchè è un tentativo già fallito in Irlanda negli anni '90: lì le Zone Franche Urbane attrassero le aziende straniere alla ricerca di sconti fiscali; finiti gli sconti, le imprese fuggirono verso l'Europa Orientale dove trovarono nuovi vantaggi. Se limitasse la competitività al dumping fiscale, il Governo non capirebbe perchè imprese italiane delocalizzano in Germania ed Austria dove il costo del lavoro è simile a quello italiano. Al contrario, poichè i fondi UE sono circa il 33% della spesa pubblica italiana in conto capitale e circa il 50% di quella meridionale, occorre riprogettare il sistema produttivo italiano partendo dal Sud: un Governo adeguato non butta i soldi in incentivi automatici e sgravi fiscali, bensì sceglie le filiere produttive su cui puntare, finanzia la ricerca necessaria a rendere innovative quelle filiere e costruisce le infrastrutture per renderle competitive. Si chiama programmazione. Per esempio, mentre a Roma ancora non finiamo la Metro C, con i fondi europei negli anni ' 80 a Barcellona è stata costruita una efficiente metropolitana».

Il 17 marzo Renzi incontrerà la Merkel, cosa dovrebbe dire?

«Apparentemente i tedeschi ci bacchettano, in realtà i tedeschi sono ben contenti: poichè spendiamo poco e male i fondi europei per lo sviluppo, regaliamo 41,2 miliardi in sette anni a Bruxelles e non facciamo concorrenza alle imprese tedesche. Allora Renzi dovrebbe ricordare alla Merkel che, dopo Germania e Francia, l'Italia è il" terzo contribuente netto"( nel senso che dà a Bruxelles più di quello che riceve), prima, sottolineo prima, di Gran Bretagna, Olanda, Belgio e della rigorosa Svezia.  La Corte dei Conti ( pag 25-32 della Relazione del 30 dicembre 2013, sezione di controllo per gli affari comunitari e internazionali) stima il contributo netto dell'Italia al Bilancio dell'Unione Europea per il 2012 pari a 5,7 miliardi di euro: infatti nel 2012 abbiamo versato 16,4 miliardi di euro e ne abbiamo ricevuti appena 10,7. Tra il 2006 e il 2012 l'Italia ha avuto nel complesso un saldo negativo tra i contributi versati all'UE e le risorse ricevute pari a 41,2 miliardi di euro. E' necessario smentire il luogo comune secondo il quale noi italiani otteniamo favori e la ricca Berlino ci mantiene: è semplicemente falso».

Ma uno dei nostri problemi non è il mancato rispetto del Patto di stabilità?

«Undici anni fa anche i tedeschi non lo rispettarono. Infatti nel 2003 la Commissione Europea, presieduta da Romano Prodi, con il professor Monti alla concorrenza, denunciò Francia e Germania poichè avevano  sforato i limiti del deficit di bilancio ( 3 per cento sul Pil) imposti dal Patto di Stabilità. Ma alla Commissione, che difendeva le regole  stabilite, si opposero l'Eurogruppo ed Ecofin che fecero sospendere la procedura per deficit eccessivo nei confronti di Parigi e Berlino. Allora furono discriminati gli Stati membri virtuosi, che avevano rispettato il Patto: Austria, Finlandia, Olanda, Spagna. Poichè grazie al complice sostegno degli italiani (e all'appoggio esterno degli inglesi), nel 2003 i tedeschi e i francesi ottennero l'intervento dei Ministri delle Finanze e l'esenzione dalle sanzioni previste, oggi l'Italia potrebbe chiedere la stessa deroga e varare investimenti per lo sviluppo».

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?