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Che succede alle Province?
Via il consiglio ma la giunta resta

Basilicata

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POTENZA - Un paio di dati certi ci sono. Come il clima: «Una grande delusione, molta amarezza». Almeno a livello politico per chi, in fondo, qualche sforzo ha provato a farlo e non è riuscito a spiegare che, va bene aboliamo le province, ma pesano per l’uno per cento di pil. «E nel frattempo la riforma a pezzetti non fa che creare confusione e rischia di aumentare i costi». In che modo, prova a spiegarlo con calma Palmiro Sacco, presidente del consiglio provinciale di Potenza. Un punto per volta.

La riforma

Il prossimo 4 aprile è prevista alla Camera la votazione della prima riforma delle Province già approvato dal Senato. La prima difficoltà sta nella tempistica: senza approvazione veloce si rischia il paradosso di dover di nuovo votare per questi enti nella tornata di maggio. Per questo a Roma il Governo ha dato pochi margini di manovra. Per evitare di dover andare a una nuova lettura del testo, la Camera non dovrebbe apportare modifiche alla versione varata da Palazzo Madama, ma utilizzare gli ordini del giorno per chiarire i punti ancora in dubbio. E non sono pochi.

Il commissario

La riforma che sarà approvata è una sorta di traghettamento in attesa dell’abolizione degli enti che dovrà avvenire per via costituzionale. Resta in vigore la giunta che, con il commissario (il presidente o il vicepresidnete dell’ente), porterà avanti la gestione dell’attività amministrativa ordinaria, senza indennità. Si potrà lavorare solo sull’esistente, nessuna programmazione. Termina invece il ciclo consiliare: l’aula si svuoterà tra pochi giorni.

La macchina

Con l’approvazione di questa prima riforma, non cambierà nulla a livello amministrativo. L’ente - pur senza nuova programmazione - andrà avanti fino al 31 dicembre 2014 sulle competenze di sempre: strade, edilizia scolastica, ambiente. La macchina amministrativa e l’organizzazione del personale non cambieranno. Fino a fine anno saranno lo Stato e le entrate fiscali a garantire i trasferimenti per portare a termine le funzioni dell’ente. «Anche per questo abbiamo voluto approvare il bilancio, anticipando la scadenza. Credo davvero sia stato un atto di dignità e coraggio», dice Sacco. Il voto unanime sul bilancio ha provato a lasciare l’ente con i conti in ordine e certezza dei trasferimenti, prima del varo della riforma. E almeno fino a fine anno.

Il personale

«Lo spreco? No, non tra il personale che in Provincia di Potenza è altamente qualificato. Mai il livello politico ha avuto difficoltà di relazione. Se non bastasse - continua Sacco - i numeri: rispetto a una dotazione base di 850 dipendenti, oggi ce ne sono 540». Il personale in pensione in questi anni non è stato sostituito. Ma sono diversi i fronti in cui, spiega, la Provincia ha adoperato tagli e contenimento die costi. Sulla spesa di rappresentanza, per esempio. «Abbiamo ridotto le riunioni di commissioni fin dall’insediamento, abbattendo i rimborsi chilometri da 370 mila a 110 mila euro all’anno. Abbiamo tagliato su spese telefoniche, zero viaggi all’estero, abbiamo prima ridotto e poi azzerato le spese di attività dei gruppi consiliari», quel fondo che serve per cancelleria, manifestazione, bolletta telefonica.

I gruppi

Con il prossimo scioglimento del consiglio, sono stati interrotti i contratti dei collaboratori dei gruppi consiliari. Ancora non è chiaro invece il destino che spetta ai collaboratori esterni assegnati a giunta e presidenza: anche in questo caso si attendono i chiarimenti rispetto alla riforma. «Questo capitolo è l’unico su cui volontariamente non abbiamo voluto tagliare negli ultimi anni, pur senza effettuare gli adeguamenti Istat delle retribuzioni per cercare di contenere la spesa. Sono ragazzi che si sono spesi con impegno nell’amministrazione pubblica».

Lo sballottamento

«Se questo ente è riuscito a fare un simile percorso di contenimento dei costi è perché il 90 per cento della sua classe dirigente della consiliatura era di prima nomina. È stato più facile dare un’accelerata al processo di rimodulazione». Questo, forse, rende ancora più amara la consapevolezza «che sulle province si è conclusa un’operazione di grande clamore, ma senza concretezza». Questa riforma «serve a recuperare tempo, in attesa della cancellazione dell’ente. Ma così congeliamo la democrazia».

Le preoccupazioni

«Sono quattro anni che il personale dell’ente vive in stato di tensione. Ricordo che a un certo punto, con Monti premier, fu persino ipotizzato lo spostamento d’ufficio dei dipendenti in giro per l’Italia. Come dovrebbe stare un lavoratore? È stato detto loro, come a noi rappresentanti eletti, “non valete nulla”. Vero terrorismo istituzionale». Ogni giorno ne ha incontrati di dipendenti che hanno chiesto «e ora?». E ora per loro non cambia nulla, non fino al 31 dicembre 2014. Poi sarà la riforma costituzionale a stabilire le strade da percorrere. Facile ipotizzare un passaggio dei dipendenti sotto la responsabilità della Regione, ché i Comuni sono senza soldi e le alternative sono poche.

I conti

Anche la Corte dei conti ha detto che questa riforma rischia di aumentare la spesa pubblica, invece di tagliarla. «Pensiamo al trasferimento dei dipendenti in Regione: l’adeguamento dei contratti sarà al rialzo». A piazza Pagano a Potenza hanno fatto risparmi per 20 milioni in due anni. «Superato questo periodo in cui non cambierà nulla, temo il rischio dello svuotamento di senso di un capitale umano e professionale importante. Lo abbiamo già visto con le comunità montane, private di funzioni e il cui personale non sa più che compiti svolgere». Sia chiaro, «se l’abolizione è la strada migliorativa per il Paese, ben venga. Ma mi domando se lo spreco non si annidi altrove. Pensiamo agli enti pararegionali: in Basilicata per ogni litro d’acqua da gestire ci sono cinque sigle. Siamo sicuri sia funzionale?»

s.lorusso@luedi.it

 

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