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Un anno fa moriva Emilio Colombo

Basilicata
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UN anno fa moriva nella sua abitazione romana, a due passi dalla “sua” Chiesa di Sant’Emerenziana, Emilio Colombo.

Si spegneva uno dei grandi protagonisti di un’Italia rispettabile e rispettata, un alieno in  un mondo che, cedendo ai dialetti della politica e all’umore delle fazioni, ha talvolta stentato a riconoscerne stile, valore e autorevolezza. E ciò, al di là delle umane fragilità che sono la sofferenza ed anche la grandezza degli uomini che hanno attraversato la storia italiana.

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Credo di essere stato quasi un privilegiato fra i suoi amici di sempre per averne condiviso soddisfazioni, amarezze e speranze in un tragitto lunghissimo della vita italiana.

Ho avuto la fortuna di ripercorrere, sotto la regia di Arrigo Levi, con Giampaolo D’Andrea con Raffaele Garramone e con Vito D’Adamo, nella densa intervista pubblicata dal Mulino, l’intera sequenza di una vita straordinaria totalmente immersa nella realtà di un’Italia che sortiva dalla guerra, tesseva la trama della ricostruzione, scriveva la sua Carta fondamentale e si avviava a vivere l’avventura di una democrazia difficile e incompiuta scoprendo il valore della politica come impegno civile, come orizzonte etico e come esercizio della libertà.

La lunga conversazione sull’“Italia e l’Europa” racconta uno spaccato della vita italiana popolato di esperienze, illusioni, prove di coraggio e di intransigenza, applicazione di quella risorsa (democristiana) dell’intelligenza ch’è la mediazione: il dispiegamento del cammino vissuto dalla politica, dalla cultura, dall’antropologia in un Paese diseguale per le differenze ereditate dal processo risorgimentale, affrontato con la forza ideale di una generazione che aveva maturato un’acerba eppure convinta e radicale vocazione a “servire”.

Sarebbe interessante estrarre dalle pagine quasi diaristiche da noi raccolte e con lui ostinatamente, pedantemente e rigorosamente ricostruite quando non estratte (con qualche pudore) dalla sua memoria lucida e coerente, il profilo della temperie di una classe dirigente che ha saputo “condurre” l’Italia in una difficile ma straordinaria convivenza fra posizioni antagoniste, aprendola all’integrazione e all’orizzonte generale e offrendole l’impronta di uno stile, di una competenza e di una autorevolezza che sono stati poi la cifra di un crescente credito internazionale.

Colombo è stato “dentro” questa innegabile storia, sulla scia delle straordinarie prove offerte da quella generazione che intorno a De Gasperi ha costruito l’epopea di un Paese nuovo, affrancato dalla tragedia del fascismo e proiettato nell’impresa di portare l’Italia fra le nazioni più progredite del mondo. Una storia che ha visto maturare esperienze inedite, cambiare natura e cultura di protagonisti collettivi e che ha segnato il passaggio della “provincia” italiana dal bozzolo del localismo culturale e politico alle forme di una piena e matura integrazione nell’Europa e nel mondo. Non è un caso che Colombo sia stato (e nell’immaginario sia stato percepito come) l’espressione più riuscita di uno standard europeo ed internazionale che ha molto giovato al suo Paese e alla sua piccola regione che oggi, con qualche dissimulato languore, tenta di ricordarlo almeno per debito civile e morale.

 Ero stato da Colombo qualche giorno prima che morisse. Era affaticato e non potendo sostenere una vera conversazione aveva affidato a me di parlargli. Credo non avesse coscienza della fine. Continuava a manifestare una viva curiosità per le cose del mondo, per le nostre mediocri vicende regionali, per quelle che considerava le non eccelse vicende della politica italiana avvolte in una lenta e misteriosa transizione.

Gli avevo portato l’ultima fatica di Beppe Vacca, “Moriremo democristiani?” ( una navigazione fra l’anatema e il sortilegio). Vacca era stato spesso nella casa di Garramone, un nostro commensale acuto e conviviale impostato in quella sapienza togliattiana che lo portava a sostenere come, a fronte delle astuzie della storia, avesse fondamentalmente vinto in Italia l’intelligenza agìta dalla politica.

Un’attitudine tipicamente nazionale ad intrecciare machiavellicamente tutte le ragioni che stanno dentro la forza emancipatrice del pensiero, uno storicismo dolce che non si chiude nell’ossessione ideologica, ma si apre alla sperimentazione e ai rischi che essa comporta. Insomma tutti i fili della storia universale trovavano in Italia quel laboratorio combinatorio e quell’originale approdo in grado di predisporre la “uscita di sicurezza” dai drammi del novecento.

“Moriremo democristiani” appariva così un modo per compensare dalla prospettiva, che dovette apparire terribile, di “morire comunisti”. Ne parlammo, sia pure per battute e rimandi che lo fecero sorridere, convenendo sulle qualità di Vacca e sulla sua capacità di raccontare ex post la trama di quel mistero che ancora oggi è l’Italia: quell’approdare cioè dal conflitto ideologico del dopoguerra, oltre gli anni del governismo democristiano e della parabola morotea, dentro l’alveo di un riformismo ricco tanto di propositi generosi quanto di occasioni perdute, un fiume in corsa verso la nuova terra promessa, il futuro da definire e l’orizzonte da sublimare. Era, quello, un tempo di inquietudini e di perplessità temperate dalla ragione.

Non era ancora giunto il tempo di Renzi. No so immaginare come avrebbe giudicato Renzi, di cui avrebbe probabilmente osservato lo stile consolare impresso al calendario e alle scelte di governo ed è un pensiero che mi intriga e in qualche modo mi solleva, poiché Renzi l’ho sostenuto riconoscendogli l’effetto corroborante, quasi psicanalitico sulla estenuata condizione della politica italiana.

Non l’ho più visto Colombo se non composto con la testa reclinata in un sonno finalmente quieto, salutato com’era giusto, da sodali di partito e dai tanti esponenti della vita pubblica, della burocrazia della economia e della società ch’erano stati il mondo a lungo frequentato e sofferto.

Un anno dopo, mi chiedo, ma è una domanda che tutti dovremmo porci in questa piccola e indolente regione, qual è il rapporto oggi fra noi e Colombo: che non si riduca ad un inutile rimestare nella memoria e nella liturgia o nelle fruste risorse della retorica.

Ebbene, se c’è un modo per ricordare il debito che abbiamo tutti, dico tutti, verso Colombo, sta nel sottolineare il valore di quell’esercizio della modernità che è stato la sprovincializzazione dell’Italia e, nel concreto dell’esercizio del potere, lo “sdoganamento” della nostra regione. Certo, un opera condotta non da solo ma sulla scia di spiriti illuminati che nella storia hanno segnalato la incomparabile qualità di un territorio.

Nessuno però con l’evidenza, gli strumenti, la responsabilità politica e la missione pubblica, propri del tempo nuovo e diverso, con cui Colombo si è proposto nella vita europea e internazionale. E se è questo che ha contato, e molto, una delle scelte che una Regione che si rispetti dovrebbe fare subito è dar vita, chiamando a cooperare le migliori intelligenze, ad una “Fondazione Emilio Colombo per l’Europa”.

Una Istituzione di studi, di ricerche e di formazione che ricordi l’impegno che gli valse l’attribuzione dei Premi “Carlo Magno ad Aquisgrana e Monnet a Losanna” e che guardi alle nuove generazioni del Mezzogiorno, non solo ad esse naturalmente, alle quali ricordare che solo in Europa è possibile ritrovare le ragioni di una rinnovata prospettiva etica, culturale e civile: insomma la sorgente di una politica affrancata da vecchie soggezioni e restituita alle altezze che dovrebbe frequentare.

Sarebbe uno dei modi, certo non l’unico, per recuperare il lascito che la migliore tradizione del meridionalismo europeo ha saputo realizzare e che attende di rivivere con la qualità e la intransigenza che Colombo seppe mettere nel suo impegno di uomo del sud, dell’Italia e dell’Europa.

 

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