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Intervista a Pittella jr
«Perché ho scelto di sostenere Braia»

Basilicata

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HA scelto la sua bacheca facebook per lanciare la notizia che in pochi minuti ha avuto 133 “mi piace”, ma che in altrettante ore ha già fatto esplodere anche qualche polemica. “Ho dato la mia disponibilità a candidarmi a sostegno di Luca Braia, segretario regionale”. Domenico, il giovane rampollo dei Pittella, 27 anni, una laurea da avvocato in tasca, dottorando di diritto privato europeo e assistente di cattedra, dà così notizia del suo debutto politico. «Voglio contribuire - spiega lui - a un congresso che possa essere un confronto schietto e vero. Per un Partito Democratico aperto, inclusivo, coraggioso». Figlio dell’eurodeputato Gianni, che attualmente sta ricoprendo il ruolo di Presidente del Parlamento europeo, nipote di Marcello, il governatore della Regione Basilicata, Domenico (che porta il nome del nonno, l’ex senatore amatissimo nella sua Lauria),   rappresenta la terza generazione in campo della famiglia lucana all’apice del successo politico.

Sarà nella lista per Braia segretario. Da dove e come nasce questo impegno? Chi le ha fatto la proposta?

«Ne ho parlato con Luca Braia e con tantissime compagne e compagni. Sono un militante di base del Pd e mi sembrava giusto dare il mio contributo al Partito della nostra regione. Abbiamo bisogno di un partito aperto al territorio e ognuno, in una logica di collaborazione, deve mettersi a disposizione».

A un suo coinvolgimento diretto ci pensava da tempo? A parte la ricca esperienza familiare, ha anche una militanza di partito?

«Sono da sempre appassionato di politica sin da quando ero bambino. Ho aderito dopo le scuole superiori alla sinistra giovanile per la quale sono stato coordinatore zonale nell’area sud della Basilicata con Roberto Speranza segretario regionale. Ho fatto parte dei Democratici di Sinistra e poi del Partito Democratico e mi sono sempre impegnato in campagna elettorale per fare vincere il partito. Credo di potere dire con molta modestia di avere fatto politica in maniera sempre generosa. Questa candidatura non é una novità, quanto un passo naturale per un militante che come me si vuole mettere al servizio del partito».

Un altro Pittella al suo debutto politico. Un impegno "occasionale" o nutre particolari ambizioni? Insomma, da grande, intende fare l'avvocato o il politico?

«Ma quale debutto politico! Sono un militante di base e lo resterò. Cerchiamo di avere il senso delle proporzioni: mi sto candidando all'assemblea regionale del PD, mica al Parlamento nazionale. Il resto è dietrologia. Questo ovviamente non è incompatibile con la mia vita professionale, anzi. Sono appassionato del diritto quanto della politica. Credo che siamo in un momento storico particolare: un eccesso di liberismo dagli anni 80 in poi ha fatto passare in secondo piano la funzione “sociale” che ognuno di noi dovrebbe svolgere e che dovrebbe anche essere l’obbiettivo principale di ogni Istituzione. Dobbiamo avere un maggiore spirito di servizio e capire man mano come possiamo essere più utili alla collettività. Sicuramente continuerò a seguire la politica, anche senza incarichi elettivi. La filosofa Hannah Arendt ha scritto che "la politica siamo noi in quanto esistiamo al plurale". Faccio politica in una logica collettiva e la mia candidatura vuole essere una candidatura di servizio per la comunità».

 Suo padre al Parlamento europeo, suo zio governatore della Regione e ora anche lei. Un partito nelle mani della "dinastia" Pittella?

«Assolutamente no. Io sarò semplicemente uno dei tantissimi candidati alla Assemblea regionale del Partito Democratico che continua un impegno politico iniziato da tempo. E poi mi lasci dire una cosa a proposito di questo fantomatico familismo: in un partito e in un Paese democratici, l’ultima parola spetta sempre all’elettore dinanzi al quale non contano i legami familiari ma l’impegno, l’onestà e la competenza. E i Pittella non si sono mai tirati indietro dinanzi al giudizio degli elettori».

Sceglie di stare nella lista del candidato sostenuto dalla sua famiglia. Oltre a questo, c'è anche una condivisione di progetto politico?

«Guardi, la politica in cui io credo è fatta di idee e valori che si traducono in contenuti e proposte concrete. Se non c'é la condivisione di un progetto politico non si può fare nulla a meno che non si voglia svilire la politica a un gioco di sterili posizionamenti. Ma la politica dei tatticismi non ha anima ed è destinata ad appassire. Ho scelto Luca Braia perché, oltre che un amico, è stato un bravissimo amministratore e la politica oggi deve ripartire proprio dagli amministratori che si confrontano ogni giorno con i problemi della gente; per il coraggio che ha mostrato di avere in politica, prendendo più volte posizioni scomode; per il suo carattere schietto pragmatico che mi sembra meglio rispondere alle esigenze di concretezza della politica. Per me Luca Braia ha il profilo per essere un grande segretario regionale ma stimo sinceramente anche gli altri candidati, Antonio Luongo e Dino Paradiso per i quali nutro sentimenti di amicizia. Il PD prima di essere un partito deve tornare ad essere una comunità di persone, a volte divise sulle strategie, ma sempre unite sui valori di fondo».

Parliamo di partito, appunto. Il Pd lucano è segnato da profonde spaccature interne che ne hanno determinato un forte indebolimento. Anche le vicende pre congressuali non fanno eccezione. Qual è la sua visione in merito? A suo avviso, come se ne esce?

«Innanzitutto io ritengo che il pluralismo sia un valore e non credo al pensiero unico.

Ognuno deve avere l’umiltà di riconoscere che nessuno di noi ha la verità e che non esistono “roccaforti” politiche che possano fare a meno del giudizio degli elettori. La politica deve fare un bagno di umiltà e aprirsi al giudizio della gente. Per questo è necessario che si celebri un congresso aperto alle istanze di riforma provenienti dalla società.

Da semplice militante, voglio portare il grido di allarme che viene dai tantissimi giovani che non vedono un futuro in questo Paese, anche se questo Paese, continuando di questo passo, non avrà futuro per sé».

Giovane, ma con un cognome "pesante". Sente di poter incarnare il rinnovamento voluto da Renzi?

«Ripeto, mi sto candidando da semplice militante all'Assemblea regionale del PD. Non c'è nessuna "discesa in campo" anche perchè io in campo ci sono già da tanto, visto che sono sul territorio da tantissimi anni.

Per quanto riguarda la politica nazionale, la sfida posta da Renzi è la sfida della vita per l’Italia e per tutto il Mezzogiorno. E non riguarda solo la politica ma la classe dirigente tutta. Occorre sprovincializzare il Paese in un momento storico in cui l’Italia e il Mezzogiorno possono giocare un ruolo fondamentale tra il Nord e il Sud del Mondo; resettare l’amministrazione pubblica, penso a quella della giustizia ad esempio, per garantire un servizio efficace ed efficiente ai cittadini; avere il coraggio di puntare realmente sulla formazione, che è la chiave di volta del futuro del Paese; porre al centro la questione morale in politica e non solo in politica buttando a mare l’individualismo degli ultimi decenni che ha tentato di cancellare il rapporto cittadino comunità.

Per fare questo è necessaria una politica fortissima perché l’Italia è un Paese eccessivamente corporativo e ogni riforma tocca interessi pronti a rispondere con durezza.

La bussola deve essere il cambiamento, contro ogni incrostazione di potere che intenda ostacolarlo».

Non le crea qualche "ansia da prestazione" il fatto di essere figlio di un campione di preferenze, com'è stato suo padre alle ultime europee?

«Francamente non credo che elezioni come quelle per il Parlamento Europeo possano essere paragonate al congresso regionale del PD.

Poi mio padre mi ha insegnato che l’impegno quotidiano, l’onestà e la visione premiano sempre in politica come nella vita e mi ha insegnato che bisogna sempre mettersi in gioco in quanto cittadino a qualsiasi livello.

Non c'è quindi nessuna ansia perchè la mia è una candidatura di servizio per il partito».

Politicamente, a chi le piacerebbe somigliare di più? A suo padre, a suo zio o a suo nonno? A chi si sente più vicino caratterialmente?

«Sono tutti e tre dei lavoratori instancabili, che hanno messo al centro della loro vita l’impegno sociale e politico.

A nonno e a zio riconosco un carattere più impetuoso che in politica porta a fare delle scelte anche brusche ma sicuramente coraggiose. L’esempio è la decisione di zio di candidarsi alle ultime primarie regionali, dinanzi a offerte di mediazione più che gratificanti e con una vera e propria corazzata contro.

Papà è meno impetuoso ma ha spesso dimostrato visione e lungimiranza politica.

L’ideale sarebbe unire le doti migliori di ciascuno».

m.labanca@luedi.it

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