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Il funzionario da un milione di euro
Pastore e quel patrimonio "inspiegabile"

Basilicata

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POTENZA - Nel giro di 6 anni sui conti correnti di marito e moglie sarebbero stati accreditati poco meno di un milione e 360mila euro. Ma entrambi nello stesso periodo non hanno dichiarato più di 200mila euro di reddito in tutto, e al lordo delle tasse. Mentre a Tito sorgeva «una lussuosa villa con piscina», per cui risulta di un mutuo «di soli 55mila euro». E non si riesce nemmeno a capire se sia comparsa dal nulla o qualcuno ci abbia lavorato davvero, perchè «dagli atti acquisiti dalla polizia giudiziaria non si evince quale impresa abbia materialmente costruito la villa lussuosa (!!)»

I punti esclamativi possono sembrare ridondanti, ma appartengono al gip Rosa Larocca che disponendo gli arresti domiciliari per Dionigi Pastore, il potente funzionario dell’ufficio economato della Regione, non è riuscita a trattenere la sorpresa per l’esito degli accertamenti patrimoniali effettuati dagli agenti della mobile di Potenza.

Tra gli atti del terzo filone dell’inchiesta Vento del Sud c’è un’intera informativa dedicata alle ricchezze accumulate da Pastore, ai domiciliari da martedì con l’accusa di corruzione e turbativa d’asta. Un tesoretto difficile da nascondere, al punto che anche lui ne parla più volte senza sapere delle microspie piazzate nel suo ufficio.   

«E’ chiaro se uno poi va a fondo, fanno i collegamenti (…) Io la preoccupazione mia... vanno a vedere i miei conti correnti e vengono ad accertare da chi hai preso (…) Io sul mio conto corrente comunque, da 5 o 6 anni, mi sa, indietro di 5-6 anni mò, quest’anno no, ma fino all’anno scorso, un anno fa giravano un sacco di soldi».

Queste sono le parole trascritte da una registrazione del 7 dicembre del 2012 quando con lui c’era Vincenzo Battafarano, titolare della Imec costruzioni di Rotondella, preoccupato proprio di possibili intercettazioni. Parole da cui sono partite una serie di verifiche che, «per quanto chiarito dallo stesso Pastore», hanno riscontrato che parte di quei movimenti erano legati «anche» ai versamenti che il fratello Raffaele effettuava sui suoi conti «con la cooperativa». Ma comunque non bastano a dare «nessuna compatibile giustificazione» alla cifra di un milione e 360mila euro di accrediti.

D’altra parte hanno scoperto che alla cognata di Raffaele avrebbero fatto capo due società, «che risultano tra le ditte destinatarie dei maggiori affidamenti diretti da parte della Regione Basilicata in tema di edilizia cooperativa».

Pastore parla anche un mese e mezzo dopo della sua paura di un accertamento fiscale, il 23 gennaio del 2013: «Se mi chiama la Finanza... Il rischio è... oltre, va be’, i casini... poi con il redditometro io mi trovo che ogni anno ho cacciato 100mila euro, 150... E tu vai a giustificare che cazzo hai fatto con questi soldi (…) Va be’, li hai dati a questi, va be’. Loro non se fottono, dice: “Va be’, li hai dati a questi. Ma dove hai pigliato questi soldi?”. Hai capito? “Da dove provengono? Da lavori in nero?”»

Ma è dopo la notifica del primo avviso di proroga delle indagini che partono le contromisure vere e proprie e le intercettazioni hanno captato in anticipo l’arrivo di un pacchetto di «fatture di comodo» emesse dagli imprenditori amici per provare a dare una giustificazione formale ai «lavori ottenuti da Pastore per il tramite delle imprese». Sì perché in 3 occasioni il funzionario è accusato di aver intascato qualche migliaia di euro che gli aveva consegnato in contanti un appaltista come Leonardo Mecca, che poco prima si era aggiudicato la gara da un milione di euro per la manutenzione degli impianti termici della Regione. Ma secondo gli inquirenti varie volte avrebbe accettato anche pagamenti «in natura», attraverso lavori effettuati sugli immobili «a dire il vero piuttosto numerosi» a sua disposizione, da parte di imprese che grazie a lui «avevano ottenuti affidamenti e aggiudicazioni per opere pubbliche», come la Prisica e la Uel dei ruotesi Gerardo Priore e Giovanni Sileo (entrambi ai domiciliari) e la Zaccagnino impianti del potentinoVito Antonio Zaccagnino (sottoposto all’obbligo di firma).

Il pm ha individuato la villa di Tito e un appartamento in paese ristrutturato e rivenduto, più un capannone nella zona industriale e uno studio professionale «dove secondo quanto documentato dalla polizia giudiziaria risultava svolgere anche un’attività professionale in proprio senza alcuna autorizzazione dell’ente pubblico di appartenenza». Poi c’è la splendida “torre” al civico 1 di via dei Sacerdoti Liberali, nel cuore del centro storico potentino. Un appartamento esclusivo in un luogo simbolo del capoluogo, acquistato qualche anno fa da un noto gioielliere, che non sfigurerebbe su una rivista di arredamento.

E’ lì che Leonardo Mecca doveva portare «miscelatori», «mattonelle», «una vasca da bagno», «quel lavandino» e il «bagno» di cui parlava con Pastore e il fratello in diverse intercettazioni. Ma senza dare troppo nell’occhio. «Due operai, senza furgone intestato, senza niente, persone semplici». Così concordano l’imprenditore e l’amico funzionario il 23 gennaio dell’anno scorso nel raggio d’ di una delle microspie piazzate in Regione.

Difficile pensare che avessero davvero  paura della Soprintendenza per i beni culturali.

l.amato@luedi.it

 

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