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Decreto "Sblocca energia", per la Basilicata oltre al danno ci si mette anche la beffa

Basilicata

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POTENZA - Con una slide e qualche riga di comunicato stampa Renzi uccide tutte le legittime aspettative dei lucani venutesi a creare intorno a questa nuova partita del petrolio. Di ufficiale c’è solo questo. Non esiste ancora infatti un testo definitivo dello Sblocca Italia e in particolare del capitolo energia liquidato venerdì scorso dal Consiglio dei Ministri. Ma a 24 ore dalla riunione di Palazzo Chigi - seppure l’ordine che arriva da viale Verrastro sia quello di mantenere la calma - è ormai quasi certo che i contenuti approvati non si discostano di molto dalle indiscrezioni circolate già ieri. Nel frattempo, però, bruciano come sale su una riferita le dichiarazioni rilasciate ieri dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari. «C’è tanto per la Basilicata nel decreto Sblocca Italia. Finalmente abbiamo dato gli strumenti necessari ai cittadini lucani per poter sfruttare quelle rilevanti risorse che hanno nel sottosuolo, che per troppo tempo, a causa di leggi stratificate e di una burocrazia contorta,  non sono riuscite a produrre la necessaria ricchezza». Solo che il tanto a cui si riferisce il sottosegretario rappresenta una briciola rispetto a quanto era stato chiesto dalla Basilicata a Roma. Ovvero l’esclusione dal Patto di Stabilità interno esclusivamente delle royalty calcolate sull’aumento di produzione rispetto all’anno in corso. Tra l’altro, la deroga ha durata solo triennale. Ma di fatto si tratta di un ricatto per la Basilicata: qualche soldo da poter spendere subito per interventi di crescita e miglioramento ambientale, ma solo in cambio di più estrazioni. E’ quello che abbiamo portato a casa dopo  mesi di  «lavoro intenso per rispondere alle richieste che giungevano dal territorio». «Un risultato a cui si è giunti - continua il sottosegretario - anche grazie alla sinergia ed al lavoro svolto con i rappresentanti locali». Molto meno rispetto alle richieste: l’esclusione dal patto di tutte le royalty, sui livelli di produzione già esistenti. L’entusiasmo del sottosegretario è lontano dalla situazione reale. Per la Basilicata si profila una sconfitta su tutta la linea. L’articolo 45 del provvedimento, comma per comma, decreta l’insuccesso delle trattative tentate a Roma. Ma soprattutto stabilisce una cosa: di fronte all’aumento di produzione previsto, le amministrazioni locali nulla potranno. Le procedure autorizzative per le compagnie petrolifere si riducono, con l’introduzione di un titolo concessorio unico con durata di 30 anni (dieci in più rispetto a quello che era previsto prima). Ma la parte più pericolosa del decreto è quella relativa allo spostamento delle competenze in materia energetica dai territori a Roma. Una sorta di anticipazione dei contenuti che dovevano far parte della modifica del titolo V. Con l’aggravio che il governo espropria le istituzioni locali anche della competenza del rilascio della Valutazione di impatto ambientale. Il decreto prevede pure che dopo la sua entrata in vigore tutte le pratiche vengano spedite da viale Verrastro a Roma. Per quanto riguarda la concessione di nuovi titoli alla Regioni resterebbe solo “la generica intesa”.  Così il Governo modifica la Costituzione per decreto. E tradisce tutte le aspettative che si erano venute a creare intorno alla nuova trattativa avviata dal governatore Pittella con il ministro dello Sviluppo economico, Gabriella Guidi. Renzi e il suo Esecutivo volta le spalle alla Basilicata. E, alla luce di quello che sarebbe accaduto da lì a qualche settimana, adesso è anche più facile capire perché il Primo ministro, nel suo recente viaggio al Sud, abbia evitato visite istituzionali in terra lucana. Questa volta quello che portiamo a casa non è nemmeno il classico piatto di lenticchie. Almeno per ora. Perché si confida ancora nell’ultimo, estremo tentativo: il pressing istituzionale sugli esponenti di Governo per tentare modifiche al testo del decreto prima che questo venga definitivamente pubblicato. Una possibilità che però a questo punto appare abbastanza remota e che comunque difficilmente potrebbe trasformarsi in modifiche sostanziali. L’altra via rimane quella della battaglia in Parlamento. A settembre il decreto arriverà in Aula per la conversione in legge ed è lì che l’azione dei parlamentari lucani, a cominciare dal capogruppo del Pd, Roberto Speranza, dovrebbe essere talmente incisiva da dare i suoi frutti. Per ora, però, i nostri politici a Roma restano in silenzio. In attesa, evidentemente, di prendere visione del testo definitivo. Ai lucani non resta che una slide. Quella con cui venerdì sera Renzi si è presentato in conferenza stampa, che recita:  “Nuovi investimenti in idrocarburi. Più posti di lavoro in Basilicata e Sicilia”. Uno slogan che  a questo punto ha tutto il sapore di una cocente beffa.

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