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Viceconte, Lupi, Formigoni ed Alemanno
Tutti politici nella rubrica di Saladino

Basilicata

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POTENZA - Non c’è stata nessuna «ossessiva e pervicace curiosità» dietro l’acquisizione dei tabulati telefonici di 8 parlamentari nell’ambito dell’inchiesta Why Not. Tant’è vero che dai cellulari dell’imprenditore calabrese al centro dei sospetti degli investigatori di Catanzaro erano saltati fuori i numeri di telefono di altri 28 parlamentari. Inclusi quelli dell’attuale ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, dell’ex governatore lombardo Roberto Formigoni, dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, e persino del lucano Guido Viceconte. Ma su questi non è stato svolto nessun accertamento.

Si è difeso così davanti ai giudici del Tribunale di Roma Gioacchino Genchi, superconsulente al servizio delle procure di mezza Italia fino all’esplosione del caso De Magistris e alla condanna a 15 mesi per abuso d’ufficio.

Per gli avvocati Fabio Repici e Ivano Iai né i Ros né il consulente tecnico della Procura: «al pari del pm nella sua requisitoria,  on hanno saputo fornire al Tribunale alcuna spiegazione sulle ragioni sostanziali di   inimicizia e/o di semplice avversione politica per le quali il dottor Genchi si sarebbe determinato a segnalare al pm l’acquisizione dei tabulati delle utenze attribuite agli otto parlamentari indicati nei capi di imputazione».

Ossia Giuseppe Pisanu, Sandro Gozi, Antonio Gentile, Clemente Mastella, Romano Prodi, Antonio Gentile, Domenico Minniti, Francesco Rutelli e Giancarlo Pittelli.

Mentre le schede di memoria dei cellulari di Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria, avrebbero contenuto i recapiti telefonici di tanti altri come: Gianni Alemanno, Francesco Amendola, Antonello Antinoro, Dorina Bianchi, Laura Bianconi, Luigi Bobba, Battista Caligiuri, Anna Maria Carloni, Gennaro Coronella, Cesare Damiano, Giuseppe Drago, Giacomo Mancini, Roberto Formigoni, Pietro Fuda, Francesco Laratta, Maurizio Lupi, Giovanni Marras, Angela Napoli, Adriano Paroli, Riccardo Pedrizzi, Mauro Pili, Nicola Rossi, Giuseppe Scalera, Grazia Sestini, Roberto Tortoli, Donato Veraldi, Guido Viceconte, e Luca Volontè.

Un elenco notevole di esponenti di quasi tutte le formazioni presenti in Parlamento mai lambiti da accertamenti più o meno abusivi, per provare «a sgombrare l’alea di sospetto e le maldicenze nei confronti del dottor Genchi che hanno segnato la genesi e il progredire» delle accuse nei suoi confronti.

Non parlano di complotto i legali del superconsulente, ma di delegittimazione: «personale e professionale del dottor Genchi, al fine di non consentirgli di   proseguire le sue collaborazioni con l’autorità giudiziaria risalenti alla fine degli anni ‘80».

Da qui l’insinuazione di aver creato qualcosa di simile a una grande centrale di intelligence clandestina, che fece gridare allo «scandalo più grande della storia della Repubblica» anche politici “vissuti” come Berlusconi.

Un insinuazione respinta con decisione: «L’accesso ai dati degli incarichi giudiziari, sia per quanto riguarda i collaboratori di  studio, che per i magistrati titolari dei singoli procedimenti, che per i soggetti esterni da essi  delegati, era sottoposto a rigidi protocolli di sicurezza, con l’adozione di cautele   assolutamente superiori a quelle adottate in ambito bancario e militare, a seconda del livello   di riservatezza e della rilevanza investigativa e processuale delle informazioni trattate».

In più: «non si sono mai verificate fughe di notizie depistaggi o altre illecite divulgazioni dei dati giudiziari trattati dal dottor Genchi. Se questo fosse in qualche modo accaduto l’attività professionale del dottor Genchi per conto dell’autorità giudiziaria non sarebbe proseguita com’è proseguita fino al 2011».

Quei tabulati richiesti a De Magistris, in conclusione, non sarebbero corrisposti a utenze telefoniche di parlamentari già inserite nel database realizzato dal superconsulente, o conosciute altrimenti, per esempio attraverso la rubrica di Saladino che intanto era stata acquisita dagli investigatori.

Acquisita ed esaminata in tempo utile, sostiene invece il perito incaricato dalla procura di Roma. Il perché della condanna per abuso d’ufficio stanno tutte qui.

Le motivazioni della decisione verranno depositate la prossima settimana.

l.amato@luedi.it

 

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