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Potenza e la destra che c'era e che c'è
Cenzino e la rivincita dell'oppositore

Basilicata

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POTENZA - Quella mattina del 1984, anche un po’ in segno di stima, il sindaco gli fece portare caffè e cornetto. Belmonte, consigliere di opposizione-opposizione targato Msi, era stato in piedi tutta la notte, a parlare, a spiegare per nove ore di fila perché no, il bilancio non doveva passare. In consiglio comunale erano rimasti in pochi, ma da regolamento andò avanti. «E devo dire che il sindaco Gaetano Fierro non si mosse dalla sedia, mi ascoltò fino in fondo». Qualcosa in più dell’ostruzionismo, per un rautiano di ferro, leader locale della componente “Andare oltre”.
Vincenzo Belmonte, per tutti Cenzino, è la faccia storica della destra cittadina, «quella coerente», spiega. Tanto che a parlare di Gianfranco Fini, di come andarono le cose, si indispettisce e ricorda: «Ho preferito dire di no, perdere un posto sicuro in parlamento, evitare candidature, ma dopo l’MSI non ho più preso tessere».
A Potenza ha vissuto il consiglio comunale per sei legislature, dal 1975 in poi, «sempre all’opposizione».
Dopo Fiuggi, «ho deciso di andare avanti da solo». Quell’anno, a Potenza, Cenzino si candidò con il Movimento lucano, la prima squadra espressione di una lista civica nel capoluogo, «un esperimento nel Paese». Comizi, incontri, presentazioni e «un sacco di chilometri in giro per la città». Praticamente «ho portato il terzo polo nel capoluogo», contro i candidati del post dissesto Mimmo Potenza (candidato del centrosinistra che vinse le elezioni) e Raffaello Mecca (con il centrodestra).
Finì che da candidato sindaco prese il doppio dei voti della lista.
«In quella avventura c’era molto ancora della destra sociale, ne recuperavamo i principi: compartecipazione, socializzazione, ecco, la parte migliore del fascismo», l’eredità di quel gruppo di dirigenti in cui avevano militato Giulio Salvatore, Angelo Bellezza, Nino Triani, Carmine Camardese, Domenico Cordasco, Antonio Mancino. «A partire dagli anni Sessanta erano i “vecchi federali”; noi, all’epoca più giovani, facevamo da cuscinetto con la società, di cui affrontavamo i problemi». Il dissesto idrogeologico, l’Europa, la povertà.
Oggi, anni dopo, «la società è cambiata, è cambiata dentro. Ed è cambiata anche la destra». Quella italiana è stata «inquinata - aggiunge - dalle scelte di Fini, da una certa istituzionalizzazione».
Cenzino di istituzionale ha sempre avuto poco. «Diciamo un po’ irruente». Va orgoglioso della volta che chiamò a raccolta centinaia di cittadini lungo le sponde del Basento. Era il 1990 e «la Lega giocava con quelle sciocchezze della seccessione e delle ampolle con le acque del Po, io colorai di tricolore il nostro fiume».
A Potenza, con la recente campagna elettorale, è emerso un nuovo moto di adesione. È emerso un lavoro che va avanti da anni.
«Formazioni come Spina nel Fianco e Sentiero hanno fatto battaglie importanti, si sono riappropriati di temi tipici della destra - spiega Belmonte -: battaglie ecologiche, lavoro, edilizia popolare, rappresentanza di genere». L’adesione che sono riusciti a catalizzare attorno al gruppo ha fatto parte del percorso che ha portato alla vittoria del sindaco Dario De Luca. «Anche puntando a una identificazione forte, una simbologia definita che si rifà a cattolicesimo e famiglia».
Guarda indietro Belmonte, alla sera del ballottaggio tra De Luca e Petrone: «Io lo avevo previsto, sapevo che avrebbe vinto Dario». Belmonte è una delle menti della candidatura dell’ingegnere, del percorso di costruzione della squadra, di alcune condizioni che hanno portato la città a cambiare il colore del governo. Non più fortino del centrosinistra. Così l’ex consigliere sempre all’opposizione è passato all’altro lato della storia.
La maggioranza oggi resta a Pd e alleati: anatra zoppa, in gergo tecnico. «È che Dario ha catalizzato su sé tante aspettative, anche nel campo avversario».
Perché questa volta ha funzionato?
«Erano anni che ci provavo - racconta Belmonte - Sono stato da sempre fautore dell’allargamento, del dialogo, a costo di uscire dagli schemi canonici. E poi c’erano le condizioni in città, era arrivato il momento giusto, lo sentivo. Io cammino per la città».
Dovendo fare una stima “l’uomo” Dario De Luca conta nella vittoria «almeno il 51 per cento». Tra i fattori, la credibilità esercitata nei confronti del mondo cattolico. Belmonte ne ha tenuto conto organizzando la strategia della campagna elettorale: «il mordi e fuggi», lo chiama, la presenza costante e continua del candidato sindaco in punti diversi della città, sempre in pubblico, sempre a viso aperto».
Poi lo sguardo politico generale: «La città ha visto affacciarsi una destra diversa, l’ha percepita diversa, senza Forza Italia, senza UDC, senza Nuovo Centro Destra. I temi sono stati tarati sulla quotidianità: servizi, ruolo di città, cultura. Ditemi voi se questa è una destra populista».

s.lorusso@luedi.it

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