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La Cgil chiama tutti alla mobilitazione
Appello per la manifestazione del 25 a Roma

Basilicata

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LA crisi economica e sociale non accenna a diminuire, la povertà e la solitudine crescono, insieme alla rabbia di chi non ha la colpa di questa situazione. Continuano a perdersi posti di lavoro, a diminuire gli investimenti pubblici e privati, continua la politica europea e nazionale di tagli al welfare. La stessa legge di stabilità appena varata, se sembrerebbe caratterizzarsi da un verso per un alleggerimento del costo del lavoro in chiave di “svalutazione competitiva” (in se certo non sbagliata), peccato che al contempo continui a deprimere i consumi (si veda blocco dei contratti pubblici), gli investimenti e la spesa pubblica (i tagli alle Regioni, Comuni e Provincie altro non sono che tagli alla sanità, alla manutenzione di scuole e strade, ai servizi) oltre che colpire i risparmi (tassazione ordinaria del Tfr che è risparmio differito), previdenza complementare (di cui tanto invece i giovani avrebbero bisogni) e trasforma il bonus di 80 euro in una detrazione che, visto il meccanismo delle capienze fiscali, andrà a beneficio di meno persone in futuro (altro che estensione).
Insomma manca quello shock positivo che su politiche industriali, ricerca ed innovazione rappresenta l'unica cura all'altezza della crisi. In questo contesto il Governo, al di la' degli annunci, continuare sulla vecchia strada di svilire il lavoro, ridurre ulteriormente diritti e tutele (e quindi ridurre i salari), riproponendo un finto scontro tra generazioni e tra lavoratori. Ad una politica economica non espansiva negli investimenti, il Jobs Act altro non è che la via bassa alla difesa dell’esistente, continuando a collocare l'Italia nella scala inferiore della nuova divisione internazionale del lavoro.
Per fare ciò si attacca lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, secondo un teorema tanto ridicolo quanto pericoloso: poiché i lavoratori precari non hanno le tutele previste dallo Statuto, allora, per rendere tutti i lavoratori uguali, bisogna togliere questi diritti a tutti (cioè rendere tutti un po’ più precari). In particolare tre sono le tutele sotto attacco: l’attuale divieto di controllare a distanza i lavoratori; il divieto di de mansionare i lavoratori (cioè il divieto di pagare i lavoratori indipendentemente dalle professionalità e livelli che hanno; oggi è possibile solo con accordo sindacale e solo come estrema ratio per evitare licenziamenti collettivi); il divieto di licenziare senza giusta causa (divieto che, dopo la riforma Fornero avevamo ottenuto che rimanesse non solo in caso di discriminazione o di sanzione disciplinare sproporzionata, ma anche in caso di licenziamento dichiarato per motivi economici ma, poi, provato come insussistente). Tutele che, in tutti questi anni, hanno svolto una importante funzione di “deterrente” (per questo le cause vere e proprie sono state poche, proprio perché si sapeva che un giudice avrebbe dato ragione al lavoratore). Deterrente contro i soprusi del datore di lavoro o del “capetto” di turno e che consente ai lavoratori, insieme alla contrattazione collettiva, di avere più forza per difendere diritti e salario.
Eppure, come Cgil, non da oggi, ci battiamo perché altri sono per noi i veri problemi da affrontare: prima di tutto occorrono politiche, risorse, investimenti per creare occupazione, visto che abbiamo perso oltre un milione di posti di lavoro negli ultimi 5 anni e che, semmai, si dovrebbe discutere di infrastrutture, costo dell’energia, aumento dei consumi, lotta ai mille passaggi burocratici, e quindi più salario, più pensione, più qualità e meno tasse sulle famiglie. E risorse per fare politiche espansive si possono trovare, se solo si facesse una vera lotta al lavoro nero, alla grande evasione, alla corruzione e se si tassassero i grandi patrimoni, chiedendo a quel 5% di italiani che sono diventati molto più ricchi nella crisi di fare il loro dovere di cittadini solidali. Altro che i 4 miliardi previsti dalla legge di stabilità: solo la corruzione e l'evasione fiscale valgono 200 miliardi l'anno e una tassazione delle grandissime ricchezze (già note), sul modello francese, porterebbe ad un’entrata ordinaria annua di 10 miliardi.
Occorre poi, certamente, combattere la precarietà. Quella precarietà che è nata con leggi sbagliate votate in Parlamento, a partire dalla legge 30 e poi dalla liberalizzazione dei contratti a termine. Noi lo chiediamo da anni: abolendo le tante forme contrattuali precarie (co.co.pro, voucher, lavoro a chiamata, associati in partecipazione, finte partite Iva, ecc.), rimettendo mano alle norme sui contratti a termine (e allora pronti, di fronte ad una vera “pulizia”, anche a discutere di un solo contratto a tutele crescenti, purché alla fine le tutele ci siano) ed estendendo a tutti i diritti fondamentali, dalla malattia ad un equo salario, alla maternità, agli ammortizzatori sociali (facendo pagare anche alle imprese, come avviene per gli ammortizzatori ordinari, la cassa integrazione, ecc.). A questo attacco alle lavoratrici e ai lavoratori dobbiamo allora reagire con grande forza, sapendo che la stagione di lotte sarà dura e lunga, in ogni settore, in ogni azienda, in ogni territorio. E la prima reazione a questo attacco è raccontare a tutti la verità, cosa è veramente scritto nelle proposte del Governo, quale è la vera partita che si sta giocando, oltre i talk show, oltre gli spot elettorali, oltre le semplificazioni (messe in piedi proprio per far passare più facilmente l’attacco ai diritti).
Ogni cittadino democratico deve sentirsi chiamato in causa, deve mobilitarsi, parlare, e dobbiamo essere tanti a Roma il prossimo 25 ottobre, alla manifestazione della Cgil, a Piazza San Giovanni. La nostra piazza, la piazza del lavoro. Del lavoro che manca e che rivendichiamo per i nostri disoccupati; la piazza del buon lavoro, contro il precariato e per estendere i diritti. Per una vera riforma degli ammortizzatori sociali dopo la sbagliata Riforma Fornero e il "draconiano" decreto Poletti. Per reintrodurre la possibilità di andare in pensione con uscite flessibili (questo si che aiuterebbe le famiglie ed i giovani ad entrare a lavoro). Per costringere il Governo a trattare, per costringere il Governo a cambiare linea e soprattutto agenda. Contro l’arroganza di chi pensa che la democrazia sia un solo uomo al comando e non invece, il confronto, il dialogo, il tenere insieme il Paese, a partire dalla sua parte più sana: i lavoratori e le lavoratrici italiane.
Vi chiediamo uno sforzo straordinario in queste ultime ore: fate assemblee, distribuite volantini, andate su internet e facebook per mobilitare il maggior numero di persone, di giovani, di lavoratori. Per difendere il lavoro, la dignità dei lavoratori, estendere diritti e tutele. Arrivederci a Roma.

*segretario generale della Cgil Basilicata

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