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«Troppo vittimismo
il Sud prenda in mano il suo destino»

Basilicata

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Neanche tanto a sorpresa, Giuseppe Galasso punta l’indice su quella che chiama “la stantia litania” che qua e là anche quest’anno ha corredato i commenti sul Rapporto Svimez 2014 presentato mercoledì scorso a Roma.
Il professore con sereno puntiglio invita a guardare la luna piuttosto che il dito che la indica, in altre parole a fare tesoro della diagnosi sullo stato del Sud e a concentrarsi sulle terapie che essa impone anzichè continuare ad alimentare quel rivendicazionismo storico e politico che finisce per assumere anche pieghe revanchiste e ossessivamente vittimistiche. A proposito del Rapporto Svimez, galasso sostiene che “se l’attenzione ad una tale serie di documentazione e analisi non fosse limitata al momento della presentazione, forse si agirebbe per il Sud e nel Sud un po’ meglio di quanto non accada”.

Resta pur vero, professore, che in quelle litanie c’è l’oggettivo riscontro di un Mezzogiorno che a dir poco non ha voci che lo esprimano.

La litania non si riferisce alla dimenticanza. Si riferisce al fatto che proprio per questa litania si alimenta il giudizio sul Mezzogiorno come antropologicamente incapace di credere nella modernità e di sviluppare una modernizzazione che lo parifichi al resto dell’Italia e all’Europa..

Da qui al “vittimismo ossessivo” di cui lei parla, il passo è breve.

Non credo che i meridionali siano uomini diversi dagli italiani e dagli europei. Credo che siano in tutto e per tutto italiani ed europei e non credo neppure che il destino del Mezzogiorno sia un destino di miseria e di inferiorità.

La Svimez fornisce da decenni la migliore diagnosi del Sud. Di pari passo, stentano le terapie.

Si dice che il Mezzogiorno non parla più, è senza voce, non ci sono più i grandi meridionalisti. Io sostengo invece che è tutto il contrario.
Mai come adesso il Mezzogiorno è studiato e noi lo conosciamo nelle sue varie espressioni, negative e positive.

Dovrebbe dunque essere più semplice mettervi riparo.

Quello che manca al Mezzogiorno è la capacità politica di farsi sentire come si faceva sentire fino a venti venticinque anni fa.

Lei sostiene anche che il Mezzogiorno deve autoimmunizzarsi. Da cosa, principalmente?

La prima cura per il Mezzogiorno deve essere fatta nel Mezzogiorno, dagli stessi meridionali. Non è che si può assolutamente ignorare la serie delle negatività meridionali. Anzi. Queste negatività spesso inducono qualcuno a dire che data la povertà del Mezzogiorno, ne nasce la malavita. E’ il contrario. La malavita non è effetto della miseria meridionale ma è in gran parte una causa di questa miseria.

Lei continua a sostenere con forza che il Sud non ha bisogno di politiche speciali e straordinarie.

Certamente. Servono politiche integrate, italiane ed europee. Le politiche speciali hanno fatto il loro tempo. Vi può essere qualche provvedimento speciale, questo è ovvio. Ma una politica speciale generale e una politica di generale intervento straordinario credo non si più praticabile.

Lei affida molte speranze ai progetti europei del governo per dieci miliardi. Il ministro Padoan li considera fondamentali.

Sì, ma dobbiamo ancora vedere il programma completo. Da quello che è stato anticipato e che si è saputo, siamo però di fronte ad un approccio incoraggiante.

Proprio in queste ore, però, il rapporto semestrale dell’Istat da conto di quella che sarebbe comunque la gracilità del Del presentato dal governo: avrebbe un impatto del tutto marginale sul Pil del 2014 e gli effetti cumulativi per il biannio successivo, sarebbero nulli.

E’ chiaro che se va male per l’Italia, va male anche per il Mezzogiorno, però neppure questo è segnato in anticipo. Bisogna vedere gli sviluppi della situazione e ritengo ancora prematura un giudizio sul decorso dei prossimi mesi e del prossimo biennio.

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