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Industria della creatività ed economia della cultura
Intervista al governatore Pittella

Basilicata

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(Quest’intervista è stata programmata e scritta da Mariano Paturzo, esperto di economia della cultura e nome storico del panorama intellettuale lucano, un paio di settimane fa. La pubblichiamo in coincidenza della due giorni del Forum dei giovani che si farà a Maratea. Nella parte iniziale sembra quasi profetica, considerati gli avvenimenti degli ultimi giorni)

di MARIANO PATURZO

L’ULTIMA volta che ho scritto a Marcello Pittella è stato quando ero a Siviglia e non era ancora il Presidente della regione ma Assessore alle Attività Produttive. Scrivevo - tra l’altro - come fossero simili le due realtà quella lucana e quella Andalusa: calde, soleggiate, ospitali e passionali e fitte di tradizioni e riti sacri ma differenti in fatto di cultura e turismo. Si conveniva, senza riferimenti a macrodati che, numerosi in Italia ed al Sud in particolare erano i segnali di resa: tra stanchezza e autocommiserazione, mancanza di risorse e prospettive e un impoverimento del tessuto sociale e creativo che sottrae identità ad intere comunità…..

«Ed evidentemente questi segnali di resa non sembrano affatto superati. Salvo qualche lodevole eccezione e se si escludono gli importanti risultati conseguiti in questi ultimi giorni con il decreto Sblocca Italia, non colgo, in quasi un anno di esperienza come Presidente, segnali di riscossa da parte della comunità regionale. Noto il persistere di un disfattismo, per certi versi, frutto di una sorta di fatalismo mediterraneo. Manca cioè il coraggio di sfidare i vincoli e le problematicità del presente, di voler osare, di rischiare, manca la consapevolezza della necessità di rompere schemi ereditati dal passato, che oggi non funzionano più. Proprio nei settori che citi si chiede lavoro, ma manca la capacità di immaginarlo. Un po’ di autocritica come classe dirigente, però, non guasterebbe al riguardo. Abbiamo bisogno di idee che provengano dal basso. Invece assistiamo ad uno sfilacciamento ulteriore, sotto i colpi della crisi, che non manifesta segnali di solidarietà orizzontale, e le energie vengono disperse in una rabbia impotente, certo anche motivata ma inutile in termini di progresso di una comunità».

Ma in assenza di comunità di che cultura parliamo? Titolava un paio di mesi fa questo giornale su un mio articolo…

«Il modello di società civile lucana, che negli anni passati era definibile come appendice della politica, oggi che la politica non ha più risorse da offrire, è diventato una sorta di battaglia di tutti contro tutti, dove si verificano anche episodi di lotte fra poveri. Regna una diffusa sfiducia a volte distruttiva nei confronti delle Istituzioni, e delle organizzazioni intermedie di rappresentanza. Ripeto: con molte ragioni, ma a volte avere ragione non basta a risolvere un problema. Noi abbiamo bisogno di collaborazione da parte di una società civile matura, e non la troviamo. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno: l’esperienza di Matera 2019, in cui la candidatura è stata supportata, fino alla vittoria, da un progetto nato proprio dal basso, movimentando energie e creatività della società civile, ci consegna un importante esempio di come, con i giusti stimoli, si possa ribaltare tale visione negativa di cui dicevo prima. Il modello ci dice che è fondamentale avere, sul territorio, un gruppo di animazione in grado di fornire stimoli, e quindi di “accendere” la luce della creatività, e che abbia le professionalità e le giuste competenze per implementare e gestire tecniche partecipative di co-progettazione».

Dopo qualche mese dalla nostra corrispondenza i lucani ti incoronarono Governatore. A distanza di quasi un anno cosa è cambiato o sta cambiando in questo settore diciamo strategico per lo sviluppo della Basilicata?

«Abbiamo posto cultura e turismo al centro della nostra programmazione dei fondi strutturali europei, consapevoli del grande impatto, anche in termini di occupazione giovanile, andando oltre il modello dei Piot. Abbiamo avviato il progetto “Giovani e Imprese”, mirato a incentivare progetti di innovazione nelle imprese regionali, grazie alle competenze di laureati lucani, attraverso un training on the job di 6 mesi e retribuiti con voucher di 1.400 euro mensili, durante cui si creerà un matching tra professionalità distintive dell’impresa e specializzazioni dei laureati, lavorando sulla realizzazione di innovazioni nelle aree Progettazione/Produzione/Qualità, Sistemi Informatici/Gestionali, Energia e Ambiente, Materiali/Design di prodotto. Intendiamo attivare rapidamente il fondo regionale di microcredito, al fine di favorire la nascita di nuove imprese culturali e creative gestite da giovani. Inoltre la proposta di Programmi Operativi presentata alla Commissione Europea contiene una strategia a tutto campo, mirata ad integrare cultura e turismo, valorizzando i saperi tradizionali, i beni culturali la valorizzazione dei Beni archeologici e museali, anche attivando progetti di pubblica utilità, per i disoccupati, finalizzati al recupero ed uso di tali risorse».

Si, si, ma venendo più alle cose concrete - come spesso dice qualche consigliere regionale tuo amico - non ti sembra che sul versante legislativo alla regione manchino norme più moderne capaci di fornire regole trasparenti e meno discrezionali per l’accesso ai finanziamenti capaci di premiare progettualità, competenze e merito?

«Nelle ultime due legislature ho partecipato al dibattito che tutte le forze politiche hanno tenuto circa l’urgenza di riformare la L.R. 22 del 1988 sulle attività culturali e dello spettacolo. Convengo con te che urge dotare la Regione di una nuova legge che sia in sintonia con il Decreto emanato dal ministro Franceschini, che ha dopo tantissimi anni modificato un settore non più al passo coi tempi. Sono anch’io convito che bisogna riconoscere al teatro, alla musica alla danza e alle arti visive un valore strategico per lo sviluppo dei territori, sul piano economico per l'indotto che determina ma principalmente strategico per l'utile culturale e conoscitivo e sociale che produce. La nozione di “servizio pubblico” legato alla cultura può essere ancora un’utile bussola se affiancato al concetto di “valore” riferito a quell’insieme di idealità, punti di riferimento collettivi, aspirazioni morali, eccellenze e progettualità condivisi dalla società.
Con le nuove norme regionali si individueranno regole certe e chiare ed il meno possibili discrezionali per l’accesso ai partenariati ed alla fonti di finanziamento, delineando un nuovo sistema di rapporti in materia tra i soggetti istituzionali e tra questi e i soggetti che operano nel settore della cultura. Il tutto con regole stabilite. Si disciplinerà un sistema improntato sulle professionalità, merito e competenze, capace di sostenere questi mestieri e fornire incentivi al lavoro. Sicuramente non tralasceremo l’associazionismo diffuso e il mondo amatoriale che rappresenta un grande e inesauribile serbatoio di vocazioni e talenti. In questa prospettiva il rapporto con il territorio sarà essenziale,

Sono allarmato per le per le risposte strumentali che molti danno alla crescente -se pur confusa- domanda di consumo culturale. In particolare preoccupante è il tentativo di utilizzare la cultura come strumento per organizzare “altro”, anche illusivi consensi. Il tutto un po’ autoreferenziale e spesso troppo condito da tartine e coffee break. 

«È senz’altro vero che bisogna uscire dalla settorialità autoriferita e guardare ai prodotti culturali come ad un sistema d’offerta integrato. Tuttavia, è corretto tener conto anche delle declinazioni che il bene culturale può assumere nelle relazioni con il territorio: patrimonio archeologico e museale, paesaggistico e ambientale, industria culturale, impresa creativa. Proprio le ultime due rappresentano attualmente il potenziale espressivo più alto per l’identità dei territori. In Europa e nel mondo c’è già grande consapevolezza del fatto che proprio le industrie culturali e creative saranno il settore in cui si svilupperà, con maggiore probabilità, la futura generazione di imprenditori Il punto cruciale è capire come si può favorire il processo di sviluppo di queste filiere a sostegno della competitività dei territori. Il tema stesso dell’inclusione sociale è parte della formazione manageriale culturale nella misura in cui, le industrie culturali e creative possono diventare generatori di valore economico e sociale a patto che si individuino i canali e le strategie fondate sulla complementarietà pubblico privato. Non a caso è una delle misure inserite nel PO Fesr. Se non si vuole sottolineare solo l’aspetto di innovazione sociale e crescita del capitale umano che il settore culturale permette, la cultura può essere rivalutata anche attraverso l’economia che genera. “Non c’è mercato se non c’è cultura”. Per questo è bene salvaguardare non solo la nostra cultura, ma tutto ciò che ad essa è legato: dall’edilizia all’enogastronomia, dalla moda al teatro, al cinema.

Dalla metà degli anni ‘70 sindaci e assessori hanno occupato spazi e cronache locali. Hanno trapiantato parole come effimero, estate, festa nel linguaggio della politica. Sono divenuti protagonisti anche rispetto a strutture pubbliche e imprenditori privati attivi da lungo tempo. Qualcuno isolatamente ha cercato di porre al centro del dibattito il decentramento culturale ma non ha funzionato in quanto subito fatto proprio dalla politica per qualche consenso in più.

«Sono d’accordo. La cultura è stata spesso la passerella di amministratori locali, e la crisi di progettualità della politica ha impedito che si andasse un po’ più in là del mero evento-passerella. La politica, invece, dovrebbe soltanto vigilare, regolamentare, fornire input e stimoli, realizzare opportunità ed anche mettere a disposizione spazi dove la creatività e la sperimentazione possano svilupparsi -penso agli incubatori culturali- su basi meritocratiche, lasciando che dal basso si manifestino i fermenti culturali. Dobbiamo educare i nostri giovani, ovvero renderli consapevoli ed orgogliosi come accadeva nel passato. In tutto ciò l’Università di Basilicata sarà chiamata a svolgere un ruolo primario.

A mio modesto parere v’è anche l’assoluto bisogno di funzionari preparati sul piano culturale e attrezzati su quello tecnico, in grado di stabilire non un rapporto di concorrenza artistica con l'operatore, ma di collaborazione, capace di cogliere il rapporto tra la proposta che esamina ed il territorio, tra il progetto e le linee di intervento dell'Amministrazione, e per verificare la compatibilità tra risorse ed esigenze artistiche, per equilibrare libertà creativa ed esigenze burocratiche.

«Abbiamo bisogno di funzionari evoluti, in grado di colloquiare con l’impresa creativa e culturale, e di inserire un progetto dentro un programma più ampio di sviluppo territoriale? Assolutamente sì. Noi però veniamo da una cultura amministrativa non adeguata, che ha sempre privilegiato l’aspetto formale e burocratico a quello sostanziale, che ha sempre privilegiato una concezione del rapporto fra PA ed impresa, o cittadino, di tipo verticale, connotato anche da scarsa trasparenza. Per ciò che è di mia competenza, tramite incontri specifici, cerco di rimotivare la macchina amministrativa regionale, e di restituirle il senso della sua missione. Abbiamo anche in mente di potenziare lo strumento delle task force a progetto, per eliminare questa cultura del formalismo burocratico, e orientare le nostre risorse umane verso un lavoro per obiettivi, e non per processi e funzioni. Dobbiamo cambiare pagina, approntando gli strumenti necessari per una devoluzione verso il basso della progettualità, e sensibilizzando la società civile al tema. Questa è la nuova priorità delle politiche culturali pubbliche.

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