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L’attacco “inedito” di Speranza al premier
«Non banalizzi il dissenso interno»

Basilicata

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ROBERTO Speranza, il giovane capogruppo lucano del Pd alla Camera, alza la voce contro il presidente del Consiglio e segretario di partito Matteo Renzi.
Con una presa di posizione dai toni quasi inediti, il presidente del gruppo parlamentare, dalle colonne del quotidiano “La Stampa”, attacca il premier, accusandolo di banalizzare il dissenso di una parte del partito. All’indomani dell’approvazione alla Camera del Jobs Act, votato dallo stesso Speranza, ma che ha profondamente diviso il Pd nazionale, il capogruppo - anche leader di Area riformista, la corrente di minoranza a cui fanno riferimento Bersani, Epifani, Damiano - definisce “grave” il voto contrario di quei circa 30 deputati che non hanno seguito le indicazioni del gruppo. Ma riconosce anche «che è sbagliato» da parte del presidente del Consiglio «far finta di nulla rispetto all’inquietudine» crescente tra i democratici. Che «lo scontro continuo perpetuo con i sindacati non porta da nessuna parte». «Non dica che l’astensionismo è un fatto secondario», aggiunge Speranza. Anche perché - dice chiaramente - «forse, il Governo è condizionato troppo da Alfano».
Se il premier ha elaborato un calendario preciso, con date fissate per tutto, dal Jobs Act, all’Italicum, alla riforma del Senato, non c’è traccia, invece, di date certe per i temi relativi ai diritti civili: «dallo ius soli, alle coppie di fatto».
La presa di posizione del capogruppo, all’indomani della fronda di contestatori che non hanno votato la riforma del lavoro, suggerisce a più di qualcuno che una eventuale scissione sia più di un’ipotesi. Ma a smentire - nella stessa intervista - è proprio Speranza: «Ho sentito tutti smentire» la possibilità di un altro partito - racconta ancora alla Stampa - Scommetto che non accadrà». Ma è necessario che Renzi «faccio uno sforzo per includere tutti nei processi».
Così come il capogruppo lucano esclude che l’intenzione dei colleghi parlamentari del “no” al Jobs Act, sia quella di far cadere il Governo. «Sarebbe folle andare al voto anticipato, sancirebbe un fallimento per tutti noi. Tutto il Pd è consapevole che noi siamo l’unico cardine possibile per il Paese». Per Speranza «non ci sono leadership alternative di sistema». «Qui se non regge il partito, ci sono Salvini, Berlusconi e Grillo. Quindi chi lavorasse per far cadere il governo, farebbe una casa gravissima ai danni del partito». Alle anime critiche, però, Renzi deve garantire ascolto e condivisione. A partire dalla prossima partita: quella per il Colle. Speranza si augura che la difficile scelta arrivi il più tardi possibile. Che Napolitano rimanga al suo posto il più a lungo possibile. Ma una cosa è certa, almeno nei suoi auspici: il nuovo inquilino del Quirinale dovrà essere un nome frutto di condivisione e non di imposizione. «A garanzia della coesione». «Abbiamo bisogno di una tenuta fortissima del gruppo. Ancora portiamo sulla pelle le cicatrici della ben nota vicenda della scorsa volta.
Poi chiarisce che non si è sentito messo in discussione dal voto dei 30 parlamentari, per di più della sua area, che non hanno votato secondo le indicazioni del gruppo. E al giornalista che gli chiede se l’abbia vissuto come un suo insuccesso, replica: «Ritengo sia un successo aver portato il 90 per cento del gruppo a votare il Jobs Act».

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