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Quale ben-essere
per la nostra città?

Basilicata

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LA fase contingente che sta attraversando la città di Potenza invita a una riflessione sulla città e all’ascolto delle tante storie che in essa si riflettono.
La scelta del tipo di città che vogliamo non può prescindere dalla considerazione della dimensione sociale, della cosiddetta città degli individui, in cui sono le biografie dei cittadini, con le loro cerchie di relazioni sociali che si intrecciano con lo spazio urbano, a essere rilevanti e a dover orientare l’azione politica e amministrativa.
L’imperativo che oggi si pone è di progettare la città with people in mind, avendo cioè come riferimento le persone, per fare i conti con i desideri oltre che con i bisogni, espressione sia della voglia che del bisogno, del desiderio di vivere e godere la città.
In pratica, credo che oltre alla città stessa contino molto anche il look and feel, l’immagine e il sentimento della città e, nell’approcciare al governo di una città, sia necessario riuscire a cogliere le nuove complementari dimensioni della città, espressione diretta dei desideri dei suoi abitanti: città reale, città vissuta, città immaginata e città sognata.
La domanda di città si configura sempre più oggi non solo come la richiesta di nuovi servizi o di adeguate funzioni o di qualità urbana diffusa, quanto di tutto ciò che possa contribuire a renderla un bene unico, irriproducibile.
C’è, allora, bisogno di dare vita per la nostra città a un progetto urbano chiamato a rispondere a una crescente domanda di bellezza e attrattività, che sia in grado di rispecchiare le proiezioni dei suoi abitanti.
La bellezza della città non può essere un fatto puntuale e circoscritto, deve piuttosto diventare un sentimento diffuso che pervada le strade e le piazze, fortemente legato a una condivisione di valori e ideali.
Bellezza come tratto caratterizzante l’esperienza urbana e della quotidianità di ciascuno di noi e fattore cruciale della qualità della vita di una città.
La città, la nostra città, diventa o torna a essere bella se è capace di produrre significati, se diventa narrativa, se torna a essere leggibile, innanzitutto per i suoi abitanti.
L’azione, soprattutto nella cura della sua immagine, dovrà allora concentrarsi in particolare sugli spazi pubblici urbani, vera e propria scena della vita, dell’incontro e dell’interazione sociale.
Della città dobbiamo si prenderci cura nella sua dimensione fisica (persone ed edifici), ma anche e soprattutto nella sua densità di rapporti sociali, intendendola in primis come il luogo in cui avvengono i processi di coesione e di esclusione sociale, luogo delle norme culturali che regolano i comportamenti, dell’identità che si esprime nello spazio pubblico urbano.
La nostra città deve tornare a esprimere, oltre alla dimensione del loisir e del consumo, quella del piacere, da riferire al concetto di “godere la città”, cioè alla volontà di frequentare un luogo senza una specifica necessità funzionale, solo, ad esempio, per passeggiare senza una meta, per guardare e per guardarsi.
Se, dunque, la città è un campo di relazioni complesse, è, naturalmente, anche un luogo di costruzione di politiche e prassi del cambiamento e della trasformazione, che agiscono sia sugli aspetti del visibile (edifici, spazi, luoghi) che sugli aspetti istituzionali e sociali. Il processo politico urbano va, allora, inteso come una costruzione sociale risultato di interazioni sociali.
Affrontare e disegnare le politiche urbane significa, quindi, cimentarsi anche con le questioni del social problem solving, nel tentativo, cioè, di trovare soluzioni razionali e utili alla correlazione tra abitanti, city users e spazi; reinterpretare le politiche urbane in questa dimensione significa darsi una possibilità di contribuire alla riduzione delle disuguaglianze e alla gestione di conflitti sociali espressi o latenti, oppure di costruire un senso di comunità laddove manchi o sia fortemente indebolito.
È a tal proposito che mi tornano alla mente le parole pronunciate dal sindaco Giorgio La Pira in occasione dell’inaugurazione della nuova città dell’Isolotto nel novembre del 1954 e raccolte in un testo dal titolo esemplificativo “Non case, ma città”.
«[…] Amatela questa città … Custoditene le piazze, i giardini, le strade, le scuole…; fate che il volto di questa vostra città sia sempre sereno e pulito. Fate, soprattutto, di essa lo strumento efficace della vostra vita associata…Create…un focolaio di civiltà: ponete a servizio dei più alti ideali dell’uomo – ideali di santità, di lavoro, di arte, di poesia – i talenti di cui voi siete ricchi: fate che in questa città sia coltivato, per le generazioni future, un seme fecondo di bene e di civiltà».
Il progetto urbano di cui, a mio avviso, necessita la città di Potenza deve muovere da tali riflessioni e, attraverso una imponente mobilitazione cognitiva e partecipativa, condurre gradualmente al disegno di quella città “a misura di potentino”, capace allo stesso tempo di soddisfare un nuovo diritto alla città, che si esemplifica in una nuova domanda che ha come oggetto la bellezza, la varietà, la fruibilità, la sicurezza, la capacità di emozionare, la sostenibilità.
Noi amministratori siamo, quindi, chiamati ad ascoltare questa domanda di “qualità dello star bene” espresso dai cittadini stessi. Dobbiamo imparare a fare i conti con un nuovo paradigma: questa esigenza di benessere individuale e collettivo, nuova e più complessa da assecondare, crea la diffusa sensazione dell’inizio di una nuova stagione urbana, molto più di quanto facciano pensare le stesse modifiche fisiche della città.
D’altro canto, lo stesso diritto alla città non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città.
È un diritto collettivo, più che individuale, che richiede inevitabilmente l’esercizio di un potere comune.

Assessore alle Politiche comunitarie e Coesione territoriale di Potenza

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