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Dall'euforia per la vittoria
alla tristezza di oggi

Basilicata

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FU dal palco della Cgil, agli inizi di settembre, che il sindaco di Potenza lanciò l’appello. Il luogo era simbolico. Era appena passata l’estate e l’inattesa vittoria dell’ingegnere mite ma comunque ben dentro le relazioni della città capoluogo mostrava già i cedimenti strutturali.
Il centrodestra, diviso all’appuntamento elettorale, s’era ricompattato al ballottaggio contro il Pd onnivoro di successi nelle legislature passate. La città aveva scelto, desiderosa di cambiare, per quella stanchezza fisiologica che accompagna la fine dei lunghi processi, per i morsi dei bisogni frustrati dall’impossibilità del grande partito regione di proteggere tutti i suoi figli. Con la voglia di battere tutti, e con l’appoggio di un partito – Fratelli d’Italia – che con orgoglio poteva raccontare all’Italia di avere un sindaco di bandiera, De Luca si era precipitato a fare una Giunta non condivisa.
Il bilancio e il rischio dissesto erano stati il tema centrale della campagna elettorale. Sospetti tanti, ma ora che il nuovo era lì, dentro il Palazzo, ora che avevano la possibilità di frugare fin dentro l’ultimo cassetto, le denunce formali non erano proporzionate alle gridate dei ruggenti leoni vittoriosi. Cosa era successo veramente negli ultimi dieci anni? Su Cotrab e le spese folli per i trasporti c’è un’inchiesta della Finanza e, puntuale, il vicesindaco Bellettieri, ha reso pubblici i conti lievitati su clientele dissennate e su operazioni da chiarire.
I servizi, nel frattempo, cominciavano a diventare insostenibili, gli anni della progettazione utopica di Fierro erano proseguiti con cantieri e opere e inaugurazioni che mostravano il passo all’appuntamento delle manutenzioni. Il grande vanto della mobilità urbana, il sistema delle scale mobili - una grande metropolitana verticale, unica in Italia - è diventata una triste giostra senza passeggeri. Mentre i solai dei parcheggi già fanno acqua, il ticket è altissimo, l’educazione a non prendere l’auto appannata solo da vigili sceriffo in giro in coppia a cercare la prova della loro esistenza.
La ztl capriccio dei commercianti, una visione urbana sbandata davanti alla crescita culturale di Matera e s’era messo di traverso pure un regista, Veronesi, che, nella repubblica autonoma di Maratea, aveva esclamato: quant’è brutta Potenza. Con una pazienza che non ha pari, sbottando anche poco per quel che servirebbe, finalmente i potentini, aiutati dalla novembrite puntuale degli studenti (a proposito, s’è calmata sotto la fine del primo quadrimestre), si riprendevano la scena con una grande mobilitazione di piazza contro il petrolio.
C’era tutto in quella protesta. Rabbia, desiderio e orgoglio. Soprattutto dei nuovi movimenti di destra finalmente liberi di esprimersi dopo anni di monocolore rossobianco. La vera novità culturale della città in questi mesi sono stati loro, i giovani di destra. Con la loro morale. Era una vita che l’aspettavano. I democratici in affanno. Ancora sotto shock per la sconfitta. Arrivata a pochi mesi da un altro shock, la vittoria di Pittella.
Ma guidare un Comune è cosa difficile, soprattutto senza soldi. E mentre il sindaco e i suoi consiglieri iniziavano a inseguire il Pd calcolando i tempi di dimissioni e pentimenti, l’insofferenza dei leoni in gabbia alzava il tono dello scontro. Mai col Pd, diceva e dice Fratelli d’Italia. A volte non proprio con questi termini.
Sicchè proprio dal partito bandiera per ben due volte il sindaco aveva dovuto prendere le distanze mentre i dossier annunciati sugli anni di Santarsiero rimanevano ignoti e nessuno chiariva fino in fondo l’espulsione della commercialista dalla Giunta sospettata di lealismo col nemico. Ma anche senza assessore De Luca si è reso conto di non poter amministrare mentre il Pd (ma quale, Pd1 o Pd2?) accarezzava la prospettiva di tornare al comando. Si profilava un piccolo patto del nazareno lucano, aspettando quello di Matera. La destra con la sinistra, una certa destra con un certa sinistra.
“Ma”, c’è sempre un “ma”, in tutte le trame. Cosa dire ai potentini del “basta col Pd?”. Ecco la Giunta tecnica, quella tanto disprezzata al Palazzo della Regione improvvisamente diventava la soluzione per la città. Ci vogliono assessori di alto profilo, aveva detto De Luca, proprio come il segretario Luongo aveva dato la linea. In maniera un po’ indelicata, in verità, ché cosa avrebbero dovuto rispondere gli assessori in carica? Per non parlare dei veti, hai voglia a dire no. Innanzitutto sull’uomo-senso di colpa del Pd, Michele Cannizzaro. Dovesse mai succedere che entri in Giunta a portare un po’ di ordine?
Giorno dopo giorno De Luca diventava ostaggio da tutte le parti. Un missionario, un uomo buono, troppo buono, ripetevano. Uno che vuole salvare la città e che non parla il politichese, per sua stessa ammissione. E che dunque al momento giusto te le spara senza parafrasi: “La regione non vuole salvare Potenza”. Chiede una trentina di milioni per ripartire. Anche meno ma pur sempre una bella cifra, un malloppo chiesto così, con un piano industriale, direbbero in un’azienda, di tagli e sacrifici. Con quale prospettiva? Ieri le dimissioni. Venti giorni per trovare un accordo. Ma, in fondo, nessuno ci crede.

l.serino@luedi.it

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