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Potenza, larghe intese sempre più lontane
In aula urla, fischi e denunce, il Pd spaccato sul voto

Basilicata

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POTENZA - «La porta è sempre aperta», dice il sindaco di Potenza. Sta lì, socchiusa. Perché forse, in fondo, qualcosa ancora si può fare. Andare al voto, ricorda Dario De Luca, sarebbe «un dramma per la città». E non lo dice certo per conservazione: «Nessuna poltrona in Basilicata oggi è più scomoda di quella del sindaco di Potenza».

Si è appellato mesi fa a un governo trasversale. «È vero, ci siamo incartati, ma possiamo ancora sederci al tavolo e provare ad azzerare tutto».

Con una consapevolezza: il tempo non è una «variabile». Non lo è per riequilibrare i conti della città di Potenza, alle prese con il dissesto e un bilancio da portare in pareggio nei prossimi 90 giorni. Non lo è per la tenuta politica della legislatura che sabato rischia di chiudersi, allo scadere del tempo che la norma concede al sindaco dimissionario per fare un passo indietro.
I margini per mettere un punto e a capo, e ripartire sembrano molto stretti. Almeno a sentire i toni e le parole che hanno popolato il lungo e intenso dibattito di ieri in consiglio comunale sul nuovo piano di trasporto pubblico locale.

Accuse incrociate, il passato che torna, chi è colpevole, chi no, chi ci ha provato, chi ha responsabilità.

Difficile pensare che Pd e alleati possano mandare giù le parole durissime di Michele Cannizzaro (Liberiamo la città) sulle clientele e le spartizioni, sui veti e le sponde di partito.

Difficile immaginare che un pezzo di centrosinistra - soprattutto quello che ha avuto ruoli nell’amministrazione della città - possa poi governare con l’avversario che rinfaccia il fallimento e la colpa del dissesto.

I toni così alti, e l’aula gremita dei lavoratori in attesa della votazione sul piano di trasporto. Gli interventi così critici, mentre su in galleria si incrociavano telefonate e chiacchierate, urla, fischi e applausi. Ma davvero si può ancora mediare?

Se pure entro sabato le forze del consiglio comunale riuscissero a trovare una formula idonea per un governo di coalizione, sarà necessario superare (e poi reggere) l’urto di un tema che torna sempre nella relazione tra i due schieramenti, quello delle responsabilità.

«Se ce ne sono, per lo stato di difficoltà in cui si trova la città, ci sono organi che le valuteranno a livello penale, sono sedi che danno anche diritto alla difesa», ha ribattuto l’ex assessore, oggi consigliere di CD, Pietro Campagna. Lo ha spiegato anche Roberto Falotico, che certo non le manda a dire agli amici/nemici del Pd, ma sul punto è stato fermo. Perché «no, Michele, l’innocenza non sempre premia, non subito», ha ricordato a Cannizzaro. Ci sono voluti sei anni perché la giustizia gli restituisse la serenità, mentre affrontava l’inchiesta sul default del Grande Albergo con la carcerazione e un lungo processo. Punto, e rifiatare. «E provarci davvero - esorta Falotico - a costruire l’intesa».

«Possiamo avviare una fase nuova per portare l’amministrazione fuori dalla difficoltà finanziaria», dice ancora De Luca. «Andiamo, su quale nave che affonda si litiga invece di salire sulla scialuppa?». E per la prima volta pubblicamente spiega che a litigare sono anche i suoi, quelli che lo hanno sostenuto al primo turno. «La porta è sempre aperta, si può».

Eppure la tenuta all’interno di entrambi gli schieramenti scorre su equilibri debolissimi. A destra il malcontento per le scelte di De Luca considerate troppo schiacciate sul centrosinistra. Solo ieri pomeriggio la lista civica “Per la città” ribadiva con una nota ufficiale: un governo con i candidati sindaci, o meglio tornare al voto.

Il Pd resta lacerato al suo interno, fronte aperto tra aree, da un lato il gruppo di Speranza e Santarsiero (in giunta al massimo con gli esterni), dall’altro i renziani (a organismi scaduti, nessuna decisione può essere imposta dall’alto senza discussione). Finisce che ancora una volta è il voto a mostrare la lacerazione interna. Tutta l’area democratica si astiene, con il voto a favore delle due consigliere vicine all’area renziana, Donatella Cutro (S&D) e Alessandra Sagarese (Insiemesi cambia).

Poche ore a disposizione e neanche la certezza che si farà il tentativo per costruire un’intesa. La prospettiva, nel caso, è quella del voto. «In questo contesto sociale la gente non capirebbe, ci prenderebbe a calci. E io - mette un punto ferma De Luca - non mi ricandiderei».

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