Salta al contenuto principale

«Un ministero per tutto il Sud»
Intervista a Giovanni Tricchinelli

Basilicata

Chiudi
Apri
Tempo di lettura: 
6 minuti 5 secondi

L’INDISCREZIONE è di poche settimane fa. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi vorrebbe istituire nuovamente il ministero del Mezzogiorno, integrandolo con quello per gli Affari regionali. Non si tratta però di risuscitare il vecchio dicastero, quello che viveva in simbiosi con la cassa per il Mezzogiorno. Il nuovo modello che ha in mente Matteo Renzi somiglia più a una cabina di regia che non al classico dipartimento collocato presso la presidenza del Consiglio. E questa scelta, se andrà a buon fine, ha già alimentato un dibattito, pieno di scetticismo, distinguo e rifiuti ma anche di aspettative e speranze per un nuovo corso della politica meridionalista. Il Vicepresidente del Banco di Napoli, Giovanni Tricchinelli, che incontriamo a Roma, a margine di un convegno dedicato alle prospettive di ripresa economica dell’eurozona, si schiera decisamente a favore di questo progetto.

Presidente Tricchinelli, dopo oltre trent’anni dalla chiusura della cassa per il Mezzogiorno, si torna a parlare di un ministero tutto per il sud. Sembrerebbe un paradosso. Un nuovo intervento straordinario, programmato a Roma ma con fondi concessi solo da Bruxelles. Come andrebbe congegnato, secondo lei, questo strumento nelle mani del Governo?

«Mi sembra di capire che non si tratterà del “solito” ministero. Si sta immaginando, se le indiscrezioni sono queste, di costituire una vera e propria cabina di regia per far ripartire il Mezzogiorno. Un organismo in grado di programmare l’intervento pubblico al sud ma con procedure, progetti e tempistica stabilite di comune accordo tra Stato e Autonomie locali».

Le Regioni, su questo fronte, sono state una gran delusione. Impegnate com’erano, nel piccolo cabotaggio, hanno provocato danni enormi all’economia italiana.

«La crisi del regionalismo è sotto gli occhi di tutti. Il modello che immaginarono i nostri padri costituenti è andato in frantumi. Ha mostrato tutti i suoi limiti con l’avvento di una crisi economica che ha provocato danni a non finire. Penso a questa patologica disoccupazione giovanile, al brusco calo dei redditi delle famiglie, agli imprenditori costretti a chiudere le loro aziende, sopraffatti da debiti e disdette contrattuali».

L’Italia, lo sappiamo tutti, non sta messa tanto bene con i suoi conti pubblici. Ha bisogno di fiducia, di investimenti e stabilità finanziaria. Al Mezzogiorno, in un quadro così fragile, serve più un altro ministero o un nuovo indirizzo di politica economica?

«Servono ambedue le cose. Ci rendiamo conto di quante e quali risorse, disporrà nel prossimo quinquennio, l’Italia, con il piano Junker e i nuovi fondi strutturali? E se a questi due propulsori aggiungiamo anche il quantitative easing, cioè l’intervento della Banca centrale europea, per immettere liquidità nel sistema economico, dovremmo convenire che si tratta di un gigantesco piano di rinascita per tutta l’eurozona».

A proposito di rinascita, anche il sistema bancario italiano dovrà fare la sua parte. Dopo gli stress-test operati dalla Bce, non tutte le banche hanno solidità sufficiente per affrontare questo nuovo ciclo di espansione creditizia.

«Il sistema bancario italiano è uno dei più solidi in Europa. E non lo dico io. Lo ha certificato la Banca centrale europea e autorevoli istituti di rating internazionali. Tanto per capirci, l’Italia non è la Grecia, né tantomeno versa nelle stesse condizioni di Spagna e Portogallo».

Come si combatte questa crisi che ha travolto un’intera generazione di giovani? Perché l’Europa, come ebbe a dire il Papa, nel suo intervento al Parlamento europeo a Strasburgo, non riesce più a riprendersi da questo torpore morale e civile, prima che economico e politico?

«La crisi si combatte con armi non convenzionali. E il primo segnale, in questa direzione, è arrivato dal presidente della Bce, Mario Draghi. Un banchiere che io non ho nessuna difficoltà a definire anche uno statista. E’ lui che ha salvato l’Euro e il sogno di un’ Europa unita, intesa nel suo autentico significato di comunità politica e non solo di mercato unico. La grande stampa internazionale, dal New York Times a Le Monde, dallo Spiegel al Financial Times ha riconosciuto in Mario Draghi l’architetto di questa nuova Europa. Un continente che ha alle sue spalle una storia politica, religiosa e civile, senza le quali l’euro sarebbe una valuta come tante altre e non un simbolo monetario d’integrazione tra i popoli».

Un’ultima domanda, con un occhio rivolto alla nostra Basilicata. Ancora oggi, la regione, nonostante la Fiat di Melfi, il petrolio della Val d’Agri e Matera 2019, viene descritta dai mass media come la penultima regione più povera d’Italia. Perché, secondo lei, dopo oltre 70 anni dall’avvento della Repubblica, non riesce a scalare di qualche gradino la classifica delle regioni italiane?

«Le statistiche dicono tanto, ma, per nostra fortuna, non dicono tutto. La commissione internazionale che ha designato, per il 2019, Matera capitale europea della Cultura, non avrebbe mai concesso questa investitura se la città dei sassi fosse stata povera, trascurata o in abbandono. Un riconoscimento che è al tempo stesso un riscatto per una città, che subito dopo la guerra, veniva definita come la vergogna d’Italia. Secondo me, Matera 2019, nel medio-lungo periodo darà più frutti della Fiat e del petrolio messi insieme. Parlo di frutti materiali e immateriali che cresceranno non solo a Matera, ma in tutta la sua provincia e nell’intera Basilicata. L’Unesco ci ha detto quel che, ancora oggi, tanti di noi lucani non abbiamo ancora metabolizzato. E cioè che la nostra ricchezza, più dell’oro nero, è il paesaggio, i centri storici, la natura e il mare, con le sue le coste e i sentieri sui calanchi e sul Pollino, nei boschi della Grancia e sui picchi delle dolomiti lucane. La ricchezza della nostra regione è custodita anche nella sua storia e nella sua antropologia. E soprattutto in quella civiltà rurale che, per secoli, ha sbarrato la strada ai germi della mafia e della camorra.
E allora dal turismo ai servizi; dai servizi all’impresa; dall’impresa allo sviluppo diffuso fin nelle sue aree interne. E’ questa la scommessa che dovrà giocare Matera 2019 e con lei tutta la Basilicata. Nel 2020 , ne sono certo, scaleremo di un bel po’ quella impietosa classifica. Per raggiungere l’obiettivo, abbiamo anche il dovere di contrastare quello stereotipo, ormai anacronistico, del lucano silenzioso, rassegnato e fatalista, che rimane lì, immobile, ad attendere la manna dal cielo. Il futuro è di quei giovani che hanno saputo costruire, con intelligenza e tenacia, la candidatura di Matera 2019. Di quei giovani che hanno vinto una scommessa, ritenuta, solo pochi anni fa, un azzardo, una presunzione o, peggio, una pretesa irragionevole e impossibile. E invece la Storia ha smentito tutti. E ha sbalordito anche quei lucani, in troppi per la verità, che sottovoce e fuori onda, continuavano a ripetere che Matera, poveretta, era andata fuori di testa e che, comunque, di fronte a città più ricche e famose, non ce l’avrebbe mai fatta».

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?