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Petrolio, dal governo un nuovo pressing
Terlizzese (Mise) spinge: «La Basilicata faccia scelte di sviluppo»

Basilicata

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CHI credeva che con lo Sblocca Italia la partita del petrolio fosse ormai archiviata dovrà ricredersi. Sono due le notizie di giornata, di segno quasi opposto, ma che viaggiano strettamente in parallelo. La prima è che, proprio nel giorno in cui è stata celebrata la ripartenza del Centro Oli di Viggiano, il Governo, per voce del direttore del dipartimento Energia del ministero del ministero dello Sviluppo economico, Franco Terlizzese, torna a spingere sulla necessità di “fare di più” in Basilicata. «I prossimi mesi - dice il dirigente dalle colonne del Sole 24 Ore - saranno fondamentali per le scelte di sviluppo industriale e occupazionali della Basilicata e per le relative ricadute che si avranno sul territorio. Ci sono grosse opportunità da cogliere. In Italia la ricerca è bloccata e questo impedisce di ricostituire le riserve nazionali. E anche là dove c’è attività di produzione, come in Basilicata, se questa non è affiancata e bilanciata dalla ricerca, rischia di fermarsi nel giro di qualche anno». Il che significa una cosa sola: il Governo torna a fare pressing perché le estrazioni in Basilicata aumentino. Innanzitutto arrivando alle quantità previste dall’accordo con Eni del ‘98: 104.000 barili al giorno rispetto agli 80.000 attuali. Basterà questo o si sta provando a spingere oltre? Una cosa è certa: le parole del direttore dell’ufficio Energia non rappresentano affatto una sorpresa per viale Verrastro. E infatti è lo stesso Terlizzese a far sapere: la questione è già in discussione sul tavolo istituzionale romano, a cui partecipano, Stato, compagnie, Regioni e parti sociali. La volontà politica del presidente Pittella è nota: non andare oltre le quantità già autorizzate, cioè i 154.000 barili al giorno (104.000 Eni, 50.000 Total-Tempa Rossa). Un limite che è stato anche fissato dall’ordine del giorno approvato alla Camera, in occasione dell’approvazione dello Sblocca Italia. D’altra parte è altrettanto chiara la volontà del Governo di puntare sulla produzione locale per ridurre la dipendenza dai Paesi esteri. Questo il punto che ha fatto da premessa alle nuove previsioni del decreto convertito in legge a novembre, che insieme ai cantieri italiani, ha sbloccato anche le trivelle. Ma proprio in merito al tanto contestato provvedimento ci sarebbe la seconda novità. Com’è noto lo Sblocca Italia prevede la redazione di un Piano nazionale delle aree: una sorta di piano regolatore per nuove estrazioni, da definire (così come prevedono le ulteriori modifiche introdotte dalla legge di Stabilità all’articolo 38) d’intesa tra Governo e Regioni. In attesa che il Piano venga definito (operazione che probabilmente richiederà molto tempo, data la delicatezza della materia), sarebbero “congelate” tutte nuove previsioni in fatto di autorizzazioni: dal titolo concessorio unico, alle Valutazioni d’impatto Ambientale che rimarrebbero di competenza delle Regioni, anche dopo il termine del 31 marzo. Insomma, al momento sarebbero sospesi (anche se solo temporaneamente) gli effetti di tutte quelle novità introdotte dalla legge che hanno animato le numerose proteste lucane. Chiaramente, senza nessun effetto su quelle che sono state le conquiste lucane a Roma: dal 30 per cento di Ires destinato a un fondo per le infrastrutture, all’esclusione dal Patto di stabilità delle royalty. La Basilicata avrebbe portato a casa il risultato con il minimo del sacrificio, riuscendo a mantenere - almeno fino alla definizione del Piano delle aree - le proprie competenze in materia di autorizzazioni. La notizia non è ancora ufficiale, ma è attesa una circolare ministeriale che dovrebbe chiarire la questione. C’è l’altra faccia della medaglia: sul tavolo nazionale che è in corso, la Basilicata, al momento, è la parte che ha ricevuto, nei confronti della quale ora potrebbero essere avanzati crediti. E non è segreto: per lo controparte questo significa nuovi pozzi.

m.labanca@luedi.it

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