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Minacce di morte per Pittella e la Vicari
Una lettera chiede lo stop alle trivellazioni

Basilicata

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POTENZA - Una lettera con minacce di morte è stata recapitata ieri al sottosegretario allo Sviluppo economico, Simona Vicari, che ha denunciato subito il fatto ai carabinieri di Roma. Una lettera indirizzata anche al governatore della Regione Basilicata, Marcello Pittella, in cui un sedicente gruppo di «vecchi lucani» minaccia i due esponenti politici pretendendo la cessazione delle estrazioni petrolifere in Basilicata e delle attività dell’inceneritore «Fenice» di San Nicola di Melfi.
La notizia, rilanciata dall’Ansa nella capitale, è piombata in Basilicata cogliendo di sorpresa tutti, anche in Regione.
«Apprendo da una nota dell’Agenzia Ansa, già ripresa da alcuni organi di informazione, che una lettera con minacce di morte sarebbe stata indirizzata tanto a me, quanto al sottosegretario Simona Vicari». Ha spiegato il presidente della giunta Pittella. «Accertamenti effettuati ad horas dalla mia Segreteria mi mettono nelle condizioni di affermare che, sino a questa sera, nessuna missiva dal tono intimidatorio nei riguardi della mia persona è stata recapitata presso gli uffici della Regione Basilicata».
Pittella ha aggiunto che «se perverrà sarà mia cura consegnarla agli organi inquirenti. E in ogni caso sono intimamente sereno e profondamente determinato a proseguire nell’azione avviata in questo primo anno di governo regionale in difesa degli interessi della comunità lucana, senza temere alcunché. Ho schiena dritta e forza d’animo necessari per fronteggiare chiunque, nascondendosi dietro l'anonimato, pensasse di intimidirmi».
Le minacce a Pittella e al sottosegretario, che negli ultimi anni è stato l’interfaccia del Governo con la Regione in materia di petrolio, arrivano all’indomani dell’ultima mobilitazione contro le trivelle. Una mobilitazione civile che ha visto 300 persone discutere in maniera pacifica sui programmi di ricerca di idrocarburi che si affacciano alle porte del capoluogo di Regione. Motivo per cui suonano ancor più come una nota stonata.
Ma non è la prima volta che qualcuno ha provato a creare un clima di tensione sul tema, da anni al centro di un dibattito politico che si interroga sulla possibilità di far convivere salute, ambiente e petrolio, con le cospicue risorse economiche che è in grado di liberare sul territorio: in Val d’Agri, dove Eni estrae ormai da anni, come nelle aree al centro di programmi che entreranno in produzione a breve. Stesso dilemma che avvolge le attività del termovalorizzatore Fenice, su cui è già aperto un processo per disastro ambientale.
A febbraio era stata la Direzione nazionale antimafia ad evidenziare che «al di là della comprensibile preoccupazione della popolazione, sfociata in pacifiche e civili manifestazioni» il 2014 ha fatto registrare «due episodi di inquietanti danneggiamenti dell’oleodotto di proprietà dell’Eni, che trasporta il petrolio estratto in Val d’Agri alla raffineria di Taranto».
Episodi che per «circostanze e modalità» hanno fatto pensare «a veri e propri atti di sabotaggio».
In precedenza c’erano state anche altre lettere in cui un sedicente “Fronte di liberazione del sud” annunciava azioni contro il programma di estrazioni della Total nella Valle del Sauro. Minacce che non avevano avuto alcun seguito.

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