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L’anno che cambiò la Basilicata
Così la regione ha scaricato il centrosinistra

Basilicata

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POTENZA – Il 16 giugno di un anno fa, per Dario De Luca era un giorno incastonato a metà tra l'elezione dell'8 e l'insediamento del 24: «La situazione del Comune è critica, sappiamo di partire con scarse risorse – avrebbe affermato con la fascia tricolore da sindaco di centro-destra dopo anni di “egemonia” di sinistra a Potenza –. Dobbiamo fare squadra e recuperare dignità. In un’amministrazione non ci sono ideologie, ma obiettivi di bene comune». Più profetico non poteva essere. Dodici mesi dopo, da un lato la stagione dei sindaci “civici” si arricchisce della casella materana, dall'altro il partito unico anti-Pd segna la sua doppietta proprio nella Regione amministrata dal centrosinistra in una macroarea – quella meridionale – a trazione integrale democratica. Tutto qui? No, perché nel frattempo il Pd è tornato in un certo senso protagonista a Potenza e in generale, a ben vedere, la situazione è molto più magmatica di come potrebbe apparire spiegata in modo lineare. E non si tratta solo di ribadire che il voto comunale è diverso da quello regionale, politico ed europeo.

2014-2015: Matera Capitale, poi “Mo basta” e Montegrosso. Sono stati, questi, 12 mesi movimentati. Nel capoluogo delle vertenze e dei lavoratori in sit-in davanti ai Palazzi del potere (Regione e Comune) un momento di cesura nei rapporti idilliaci tra i lucani e la classe dirigente che governa la Regione è la grande manifestazione del 4 dicembre, giorno dell'ira e del “Mo basta” allo Sblocca Italia. Mentre prende forma e si sedimenta il grande stallo potentino del dissesto e dei servizi a singhiozzo, cresce e si autoalimenta tra web e piazza il dissenso per le politiche di sfruttamento del petrolio, altro grande tema che stranamente non si traduce abbastanza nel voto protestatario grillino eppure registra escalation come nel caso di Montegrosso: le rivelazioni di Folino a proposito di una pesante ingerenza dell'ambasciatore inglese presso il governo proprio in occasione della discussione sullo Sblocca Italia – interessamento non smentito dallo stesso sir Christopher Prentice avvicinato dal direttore Lucia Serino lo scorso 20 maggio – e la manifestazione di due domeniche fa aggiornano una vicenda che sarà nell'agenda politica ancora per molti mesi, almeno nella sponda potentina. Ma il 2014-2015 segna anche il fortunato venerdì 17 (ottobre) della designazione di Matera Capitale e, restando alla Città dei Sassi, il gran rifiuto del premier Renzi che, in visita alla Fca di Melfi con Marchionne, Elkann e Delrio a fine maggio, snobba un Comune importante chiamato al voto e fila via sul suo elicottero in Sardegna: magari prima o poi il premier rivelerà, come ha fatto ieri nel colloquio con Massimo Gramellini, che il candidato più renziano di Matera era proprio De Ruggieri: «A Venezia mi è venuto incontro un signore: “Salve, sono l’unico renziano della città…”. Era Brugnaro, il candidato del centrodestra che ci ha battuto».

La crisi della politica che non decide. Si usa qui la parola crisi non tanto per le ricadute economico-amministrative potentine quanto per il suo derivare da “krino”, che in greco significa decidere: declinato alla lucana, il decisionismo è al contrario e ha due esempi nel Pittella del 2013 e nel De Luca del 2015 — laddove il primo lo ha subìto (con la litigiosità dei partiti invitati, poi sollecitati e quasi minacciati a fornire le proprie rose per la giunta, e infine scavalcati), il secondo lo ha esercitato in questi ultimi mesi con un rimpallo e rinvio sul coinvolgimento di pezzi del Pd che ha scontentato tanto a destra quanto a sinistra, mentre dai Palazzi romani e potentini veniva e viene promesso e poi ritirato un aiuto economico salvifico. Nel frattempo, il rimpastino del 2015 ha riportato il governatore in quel limbo decisionale dal quale aveva cercato di smarcarsi appena votato, uno stallo che lo ha reso quasi un alter ego di De Luca nei giorni della grande indecisione sul futuro del capoluogo. Aspettiamo di vedere il decisionismo deruggieriano, perché passato il tempo del Muller Thurgau bevuto in piazza la domenica dell'incoronazione e l'entusiasmo dei comunicati stampa in cui tutti hanno vinto – persino Italia Unica di Passera s'è intestata la vittoria materana – arriverà ben presto il momento in cui i partiti iniziano a bussare alla tua porta per chiedere il giusto protagonismo, che tradotto dal politichese significa posti in giunta. Per adesso l'avvocato di Matera, come pure da queste colonne ieri Vincenzo Viti, ha inserito tra le priorità della Città dei Sassi lo spoil system nella Fondazione per il dopo-Verri e ha parlato di una non meglio precisata ri-modulazione del dossier. Non è un caso che nel generalizzato silenzio del Pd ufficiale dopo la débacle materana, gli unici a parlare (Giovani democratici e il capogruppo alla Regione, Cifarelli) abbiano rivendicato con forza il ruolo dello sconfitto nel raggiungimento dell'obiettivo 2019, come se quel risultato sopperisse ai passi falsi nella designazione del candidato e agli errori comunicativi delle ultime ore pre-voto, dalla giunta baby da copertina (un inusuale protagonismo partecipativo per donne e giovani) al manifestino post-sorrentiniano con i candidati contrapposti solo per un dato anagrafico a favore del sindaco uscente. In questo, il non renziano Adduce ha mostrato una foga rottamatrice che evidentemente non ha pagato. Ma non è questo il solo paradosso lucano.

I risultati? Del Pd. E le vittorie? Degli altri. A Potenza e Matera prima Petrone poi Adduce hanno preso più voti al primo turno per poi capitolare al ballottaggio, e – lo notava ieri Salvatore Santoro su queste colonne – entrambi sono stati scelti per investitura verticistica e senza Primarie, a differenza di Marcello Pittella. Anche in questo caso, però, la frase di Renzi, che ieri sulla Stampa ha messo in dubbio persino il meccanismo delle Primarie dopo le batoste di Genova e Venezia, apre nuovi scenari di cui bisognerà tener conto. È certo che le alchimie politiche vivono nella ex rossa Basilicata – di centrosinistra è rimasto “solo” il governatore – una stagione, questa sì, di sperimentalismo spinto: a Potenza la rottura del sindaco con gli ex sostenitori Fratelli d'Italia e il matrimonio d'interesse con una parte del Pd causa dissesto, a Matera il centrodestra anomalo composto da volponi alla Bubbico, nuovismo forzista incarnato da Tosto, Tortorelli ago della bilancia e fuoriusciti democrat col coltello della vendetta tra i denti. Ma si sa, come detto, che alle amministrative le dinamiche delle alleanze sono delle variabili impazzite. A Matera un po' di più...
Fra vent'anni i politologi ci spiegheranno i motivi reali di un altro paradosso lucano; quello del biennio 2014-2015, con una classe dirigente democratica che non è riuscita a intestarsi e capitalizzare (nella migliore delle ipotesi a comunicare adeguatamente) la designazione di Matera Capitale della cultura 2019, il traino della Fca di Melfi, la ripresa dell'occupazione e dei consumi certificato da Istat e Bankitalia e la buona performance a Expo2015. Si sa che gli italiani sono anti-governisti a prescindere (alla Totò), dunque non resta che aspettare altri 12 mesi per la prossima chiamata alle urne.

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