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I due livelli di crisi dell'editoria
e la libertà della Basilicata

Basilicata

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E' importante che i presidenti Pittella e Lacorazza abbiano dichiarato il loro impegno a sostegno della vertenza dell'Ansa sottolineando le sfide in corso nella regione che hanno bisogno di essere accompagnate. Nessuna azienda editoriale sfugge ai drastici ridimensionamenti imposti dal già compiuto avvento di un nuovo modello industriale che macera, in primis, la forza lavoro. Per chi non se ne fosse ancora reso conto, l'editoria vive un doppio livello di crisi: la prima è quella globale, che attraversa, indistintamente, tutta l'economia.

La seconda è di settore anche se, ottimisticamente, più che chiamarla crisi dovremmo chiamarla processo di trasformazione. Resisterà chi ha storia, riconoscibilità, competenza, a patto che questa dote si accompagni alla capacità di adeguamento culturale e relazionale e a un fondato nuovo modello di business commerciale. Questo è il vero punto di snodo, ancora non chiaro. Si può raccontare una terra a pagamento, come ormai fanno numerosi grandi e piccoli gruppi editoriali? Il rapporto tra pubblicità e informazione va invertendosi e non è sufficiente assolversi col brand content che fa assomigliare sempre di più le redazioni ad agenzie di marketing.

Dovrà pur esserci un assestamento che liberi il giornalismo da un mecenatismo interessato. Come garanzia di democrazia e come capacità autonoma di far emergere – soprattutto nella nostra Basilicata – i punti di forza che abbiamo bisogno di comunicare al resto d'Italia e del mondo, sulla scia di Matera, ma anche i plurimi bisogni di un popolo che come tutto il Sud vuole essere parlato. La legge regionale sull'editoria è in arrivo. Di questo bisogna dare atto al governatore, ha mantenuto l'impegno.

Avremo modo di riparlarne. Ma è bene mettere subito due paletti: il primo riguarda la formazione, che molti disastri ha fatto in tutta Italia e la Basilicata non è esente dallo schema di sperperi e ruberie che hanno ingrassato solo agenzie di pseudo docenti senza nessun esito edificante. Per quanto riguarda la nostra categoria siamo già sottoposti alla formazione obbligatoria prevista dall'Ordine. E abbiamo un campo di formazione sperimentale sul quale giochiamo ogni giorno, a nostre spese. E' il nostro lavoro. La seconda è capire bene la differenza tra sostegno alle imprese editoriali e contributo alle start up. C'è una bella differenza. Grande quanto un'industria che si è costruita negli anni, offrendo ricchezza sociale e lavoro, garantendo libertà, crescita, innovazione e che oggi non resiste alle contraddizioni del mercato. E una nuova impresa che ha bisogno di farsi spazio sul mercato.

Sostenere la domanda d'informazione è un obbligo morale delle politiche pubbliche soprattutto per molti piccoli paesi dove distribuire il giornale non è più conveniente, al pari di un ufficio postale aperto o di una scuola elementare senza bambini. Cosa ne facciamo di questa fascia di territorio estesissima in Basilicata, oltre a lamentarci quando ci accorgiamo che esiste guardandola in tv? Sono davvero territori dove è possibile immaginare, ad oggi, la possibilità di fruizione digitale? Ma anche questa, ammesso che sia l'opzione giusta, deve riempirsi di contenuti di cura dei piccoli paesi. Come raggiungerli? Come mettere in Rete tutti gli sforzi iperlocali? Ecco allora una delle domande da cui partire. Non abbiamo bisogno di un gettito di soldi una tantum che non ci salverà. Piuttosto abbiamo bisogno di creare sinergie, di vedere incentivato lo sforzo di innovazione, rimarcando che questo territorio non può essere depauperato di un servizio di libertà che nel corso degli anni ha dimostrato di sapere creare lavoro, discussione, crescita civile.

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