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La scelta di Luongo è «un’imposizione»
Guerra aperta nel Partito democratico

Basilicata

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E’ di nuovo guerra aperta dentro al Partito democratico. E la miccia questa volta è stata accesa nell’ultima assemblea del partito cittadino. Che la scelta di Luongo di “congelare” Iudicello fino al congresso che si terrà il 27 settembre non fosse scesa giù a tutti, lo si era capito subito, con la riunione dello scorso mercoledì finita quasi in rissa. Ma ora arriva anche un documento ufficiale a firma di 12 dei 39 delegati cittadini che sconfessa la decisione del segretario regionale. E che accusa: «La direzione ha confermato un partito chiuso e conservatore». Tanto da mettere in discussione anche l’esito dell’ultima assemblea regionale con cui si è tentato recuperare uno spirito collaborativo e soprattutto di fiducia nei confronti del segretario Luongo.

Perché - sembra emergere dal documento - più che la conferma di Iudicello fino a settembre, quello che si contesta è la scelta di Luongo di far prevalere le posizione di una sola area, che è quella di Roberto Speranza. Ci mettono la faccia, o meglio la firma, non solo i santarsierani che subito dopo l’esito della direzione, avevano dato in escandescenza. Ma un’area abbastanza trasversale del partito, composta principalmente da renziani, e non solo. Ed eccoli i dodici sottoscrittori del documento al veleno diffuso ieri: si tratta di Letizia Albano, Antonietta Colucci, Carmine Croce, Daniela De Scisciolo, Antonio Di Giuseppe, Ausilia Greco, Antonio Lovaglio, Daniela Marchese, Francesco Messina, Federico Pace, Caterina Policoro, Nicola Telesca.

Durissime le accuse: «Si continua a voler disconoscere il valore del confronto democratico e a non prendere in considerazione il contributo ed il pensiero plurale che viene delle varie aree del Pd». Perché, secondo i firmatari, la scelta di Luongo di far prevalere il documento pro Iudicello sottoscritto da 20 delegati (anche se sulle firme effettive ci sarebbe qualcosa che non torno) «non ha rispettato i contenuti dell'ampio dibattito svoltosi, le sollecitazioni giunte, le varie proposte di mediazione per garantire equilibrio e prospettiva politica al partito cittadino che affronta il suo momento più difficile con il risultato di aver determinato ulteriori tensioni e divisioni». Parlano di una vera e propria «imposizione» di documenti e soluzioni, che non danno onore a un partito che si dichiari democratico. Con conseguenze dirette sull’asetto del partito, non solo cittadino.
Non è con questi metodi - si legge nel documento - «che può costruirsi il percorso che deve portare a celebrare un congresso destinato a rilanciare l'azione politica del PD nella città di Potenza, se si determinano solo fratture e si compromette il tentativo posto in essere durante l’ultima assemblea Regionale di recuperare spirito collaborativo ed unitario nel Partito».
E, ancora, «non è tutelando esclusivamente le posizioni di alcuni o di una sola parte che si costruisce un cammino di responsabilità e condivisione». Per i sottoscrittori del documento si doveva tener fede agli impegni assunti nell’attico del 29 giugno scorso: in cui, si era detto, che si doveva arrivare al congresso di settembre con un gruppo deputato alla sua organizzazione, le cui modalità dovevano essere discusse proprio nel direttivo del 15 luglio scorso. Insomma, si chiedeva un azzeramento, non un “congelamneto”. Nè, per i firmatari, può ritenersi soddisfacente la scelta di affiancare l’attuale segretario a un gruppo allargato.
«Ci resta il rammarico - concludono nel testo - di non avere potuto contare su un ruolo di garanzia e terzietà e di non poter contribuire a costruire un partito ed una comunità politica plurale, capace di essere riferimento per i cittadini e di manifestare un progetto per la Città, mettendoci nelle condizioni di dover continuare ad esprimere una posizione critica verso gli organismi dirigenti del PD cittadino».
Insomma, il cessate il fuoco dell’ultima assemblea regionale non è durato più di quindici giorni.

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