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«Serve generosità e coraggio»
Molinari: «C’è un solo leader: Speranza»

Basilicata

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POTENZA - Il segretario provinciale del Pd di Potenza, Antonello Molinari spiega il perchè di una iniziativa politica (la riunione di Speranza lunedì a Potenza) che tanto sta facendo discutere alla vigilia.

Usciamo dal “detto e non detto” e dalle polemiche. Cosa vorrebbe essere la kermesse di lunedi?
«Un’occasione di dibattito. Dopo molto tempo nel quale sono mancate le occasioni per discutere e aprirsi al confronto sarà l’occasione per un dibattito aperto. Un dibattito nel Pd e nel centrosinistra ma aperto a tutta la la politica e non solo...».

Cioè?
«Interverranno autorevoli esponenti della società civile, delle organizzazioni datoriali e dei lavoratori e soprattutto semplici cittadini e molti giovani. Lo scopo è riportare un pò di “aria” all’interno del Pd e far ripartire il nostro partito».

In molti però, l’hanno letta come la nascita ufficiale della corrente di Speranza anche in Basilicata...
«Innanzitutto non è una iniziativa del partito. C’è il simbolo del Pd perchè noi lavoriamo anche per il Pd. Dall’interno del Pd. Sicuramente è l’iniziativa di una parte del Partito democratico che inizia a ad organizzarsi e strutturarsi. E’ l’iniziativa di quel pezzo del Pd che fa riferimento alla leadership di Roberto Speranza e che gli riconosce la leadership anche in Basilicata»

Intanto negli ultimi 6 mesi Speranza ha accelerato prima dando le dimissioni da capogruppo alla Camera e poi facendo una nascere una vera e propria forza di minoranza dem contro Renzi. Ha fatto bene?
«Per prima cosa voglio dire che le dimissioni sono stato un gesto inedito quanto coraggioso. Ha deciso di porre prima le proprie idee e poi la “poltrona”. Già solo per questo credo sia un gesto importante da rispettare. Aggiungo che il Pd degli ultimi sei mesi non è il partito che mi piace. Avrei preferito il Pd del 40 per cento alle europee. Quello che elegge Mattarella presidente della Repubblica. Da allora però, ho avuto la senzazione di un Pd che invece di unirsi e unire tende piuttosto a dividersi e dividere. Questo non fa bene al Pd e al Paese. E’ chiaro che per Roberto sarebbe stato più comodo restare capogruppo. Ma credo che la strada che ha scelto sia più esaltante».

La posizione nazionale di Speranza di netta critica a Renzi coincide con la una posizione regionale di critica a Pittella?
«Credo che a livello nazionale ci siano ancora difficoltà a ricomporre una dinamica. A livello regionale, invece, mi pare ci siano le intenzioni affinché tutto il gruppo dirigente del Pd e del centrosinistra possa assumersi la corresponsabilità di governo dei processi salvaguardando l’autonomia politica amministrativa e stituzionale della Basilicata. Vedremo».

Il suo giudizio sulla giunta regionale?
«Mi pare che lo stesso presidente Pittella abbia decretato la fine di questa esperienza dei tecnici esterni».

Intanto nell’ultima fase c’è stato un mini rimpasto con l’ingresso in Giunta solo di Luca Braia. E’ stata un’occasione perduta?
«Forse sì, forse no. Ritengo che la vicenda di Braia sia maturata in un percorso politico che veniva da lontano. Poi probabilmente averla consumata a ridosso delle elezioni di Matera forse non è stato il massimo della chiarezza politica. Ritengo in ogni caso che quella vicenda abbia avuto una legittima genesi e un legittimo sbocco».
E cosa dice del suo eventuale ingresso in Giunta o in Consiglio da primo dei non eletti?
«Guardi, negare un’aspettativa sarebbe ipocrita. Ma perseguirla velleitariamente al di fuori di un progetto condiviso, anche di rinnovamento, da tutto il gruppo dirigente sarebbe quanto meno ingenuo da parte mia. E’ tempo di progetto, condivisione e generosità. Dieci, cento, mille passi indietro se necessario».

Cosa non va nel Pd?
«La questione è semplice. Noi perdiamo a Potenza città, poi perdiamo a Matera e se continuiamo di questo passo rischiamo di perdere anche le amministrative del prossimo anno. C’è un punto indefettibile del ragionamento politico che un gruppo dirigente dovrebbe fare. E cioè scegliere se sedersi intorno a un tavolo e assumere una decisione condivisa oppure litigare e iniziare a lanciarsi pietre uno contro l’altro. Credo che sia questa la domanda che il Pd deve farsi. Per me una classe dirigente deve prendere atto della situazione e con generosità cercare di fare un ragionamento costruttivo».

La sensazione però - al netto della conclusione dell’ultima assemblea regionale con la volontà di aprire un cantiere - è che la tensione continui a salire. Su tutto la Direzione cittadina di Potenza. Non c’è il rischio che a settembre si arrivi non solo con le pietre ma addirittura con “fionde e bastoni”?
«Quella non è stata una pagina edificante del nostro partito. Penso che abbiamo commesso errori tutti. Me compreso. Da adesso in poi però non si può non aprire una discussione vera sulla città di Potenza. Il capoluogo di regione, per me, resta uno degli snodi principali della sintesi che dobbiamo riuscire a compiere prima di mettere in campo delle azioni virtuose e valide. Intanto le notizie che arrivano da Roma sul “Salva Potenza” ci lasciano ben sperare sulla possibilità di poter iniziare un lavoro a favore della città. Voglio ribadirlo: sono sempre stato contro la dichiarazione di dissesto per l’inevitabile azione depressiva che avrebbe prodotto. Continuo a credere che Potenza meriti di più per la funzione e il ruolo che svolge».

Le polemiche però sono schizzate in alto anche dopo la notizia della kermesse di lunedi con lei e Speranza. Piero Lacorazza che un mese fa era a Roma alla manifestazione nazionale dello stesso Speranza oggi sul web tuona e lancia messaggi di sfide.
«Il 27 luglio apriremo un dibattito che poi proseguirà. Nella chiarezza delle posizioni e nel rispetto reciproco. Non c'è da parte di nessuno, meno che meno da parte mia che sono uno tra tanti, la voglia di sostituire o marginalizzare nessuno. Ecco perché, al netto della necessaria chiarezza ripeto, non comprendo la reazione di Piero Lacorazza».

Non è una questione di leadership regionale dell’area Speranza che ha fatto infuriare Lacorazza?
«Dobbiamo smetterla di pensare a ragionamenti da generali e da comandanti. Rischiamo di rimanere solo generali e niente truppa. La verità è che io ho fatto una scelta politica chiara e la porto fino in fondo. Per me il leader è Roberto Speranza e penso che noi all’interno del Pd dobbiamo provare a fare un avanzamento che provi a unire. Per non indietreggiare rispetto alle posizioni politiche da assumere. A difesa della Basilicata e del Pd stesso. Voglio essere ancora più chiaro: non mi sento leader ma voglio provare a essere parte di un progetto e voglio provare a dare una mano a un progetto. Basta guardare solo al proprio ombelico».

Una domanda complicata. Dello stallo che c’è nel Pd lucano è più responsabile Antonio Luongo o Marcello Pittella?
«Non credo sia una questione di chi ha maggiori responsabilità. Per essere franchi credo che le primarie che hanno portato Marcello Pittella a diventare presidente della Regione hanno rappresentato un momento di frattura importante nella storia del centrosinistra lucano. Probabilmente da allora a oggi ancora non siamo fuori da quel solco. E lo dico anche riconoscendo il gesto di Piero Lacorazza che pur perdendo le primarie per pochi voti riconobbe la vittoria di Pittella immediatamente. Nonostante questo credo che non sia ancora stato metabolizzato un cambio di gerarchie all’interno della Regione».

Ma Area riformista, o meglio Antonello Molinari che Pd vorrebbero?
«Un partito che riscopra le proprie origini. Un punto di approdo di un centrosinistra che metta insieme una plularità di culture. Quella cattolico riformista e quella più progressista. Solo in questo modo il Pd può essere un partito autorevole anche fuori dai confini nazionali. In tal senso mi viene in mente quanto avvenuto sulla crisi greca».

Cioè?
«Abbiamo osservato e anche patito quella vicenda nella assoluta assenza del Pse. C’è stata una unica voce isolata in quell’assurdo silenzio del Partito socialista europeo. E’ stata quella di Gianni Pittella al quale va dato merito della sua coraggiosa posizione. Penso che solo un Pd ben strutturato e con un’anima precisa possa avere una funzione guida anche nel Pse».

Per chiudere, ma lei di cultura ex popolare non si sente isolato nell’area speranziana che molti vedono come la parte più a sinistra del Pd?
«Non è così. Certo Roberto ha iniziato un percorso da quell’area ma piano ha iniziato a organizzare un gruppo più ampio. Per dirlo con franchezza non si tratta della “ridotta dei Ds”. Anche perchè fosse così non avrebbe un gran futuro. Siamo solo all’inizio di un percorso politico. A Roma infatti, io e molti altri che proveniamo da una cultura moderata siamo stati molto rasserenati dalle parole di Speranza».

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