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L'EDITORIALE - Chi vince e chi perde

Basilicata

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L'ITER evolutivo del SalvaPotenza ci dice alcune cose non secondarie nella lettura delle dinamiche politiche lucane e romane.
Lo schema di riequilibrio di bilancio approvato in commissione al Senato prevede la possibilità di spalmare il debito del comune di Potenza in quattro anni, cioè uno in più di quello originariamente previsto e uno in meno dell'ipotesi che aveva proposto Bubbico. Al di là dell'enfasi lessicale (la crisi di Potenza è tutta in piedi, l'iter normativo ancora non concluso e, soprattutto, bisognerà attendere che Pittella faccia un estratto conto regionale) l'atteggiamento del governo - con la differenza tutto sommato non enorme (quattro anni piuttosto che cinque) - che ha detto prima no a Bubbico e poi sì a Margiotta è indicativo dei rapporti di forza politici che legano in questo momento Roma e Potenza.
Diciamo che è una verifica, perché il quadro era abbastanza chiaro. Poco ha contato che Bubbico fosse il Viceministro dell'Interno e Margiotta un senatore, anche autosospeso. Il governo Renzi, o meglio il premier Renzi mai avrebbe potuto dare una spilletta di merito a Bubbico.
E la notizia pubblicata dal Quotidiano alla vigilia dell'approvazione dell'emendamento in quinta commissione al Senato, cioè la resistenza del ministro Boschi, cos'era se non un ostracismo alla
città di Roberto Speranza, l'AntiRenzi interno al Pd? L'esito - evidentemente frutto di sottile e paziente tessitura da parte del senatore Margiotta - manifesta come il governo si sia "piegato" solo quando il premier ha colto (o gli hanno fatto capire) che in questa fase il risultato politico l'avrebbe portato a casa la corrente di Pittella di cui è buon alleato Margiotta, strategicamente passato con lui dopo le primarie.
Naturalmente questo, nella cinica ma per nulla sorprendente lotta di potere, ci dice anche una cosa molto amara: e cioè che la scelta del SalvaPotenza era legata al filo delle relazioni e non già a una valutazione obiettiva della capacità di recupero finanziario della città. Più della tutela del bene comune valse la cura per il vantaggio politico.
Per come si sono svolte le cose è interessante anche cogliere un altro mutamento epocale dell'etologia politica lucana. Emerge cioè una forte ingerenza del Palazzo romano nelle scelte territoriali. Per la Basilicata è una novità. La regione era abituata, dai tempi di Colombo, a lavare in casa i panni sporchi. Il binario parallelo dell'attività politica, uno in direzione Roma e l'altro in direzione Potenza, escludeva a priori che qualcuno da fuori potesse mettere naso negli equilibri e nelle decisioni intramoenia. Il che puó essere visto come la caratteristica della forte autonomia della politica lucana (soprattutto la parte ex dc) o - esattamente all'opposto - come riprova del risaputo consociativismo di relazioni che si autoalimentava di perfette spartizioni che evidentemente non avevano bisogno di arbitri esterni. Questa dimensione autarchica della politica lucana viene spezzata per la prima volta dal modo di fare di Pittella, sia per come ha vinto le primarie e le elezioni, sia per il forte individualismo dell'azione del premier Renzi al quale il governatore fa capo. Pittella insomma interagisce con il premier nei limiti del perimetro dei rapporti di forza della sua corrente. È il premier e il suo cerchio magico, Boschi e Lotti innanzitutto, interferiscono nelle vicende lucane a pieno titolo. Il rapporto gerarchico è di scambio: io riconosco te premier e tu mi ricambi assecondando la mia parte. Col SalvaPotenza lo schema ha funzionato. Con future candidature (e a breve per la nuova giunta di Potenza) sarà fatto funzionare. Con quali lacerazioni è facile prevedere. Più complesso il meccanismo applicato alle trivelle.
l.serino@luedi.it

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