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Sette lunghi mesi di caos del Pd lucano
Tutte le volte che tra i dem è saltato il banco

Basilicata

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POTENZA - Sette mesi vissuti pericolosamente dal Pd lucano. L’anno 2015 era iniziato con un partito a esclusione di Folino e Lacorazza - comunque meno ruvido rispetto al suo maestro - compatto sullo Sblocca Italia (voto in Consiglio regionale contro l’impugnativa). Insomma si avvertiva e osservava che qualche angolo era stato smussato dopo la lunga stagione congressuale che aveva avvelenato il clima ancora infuocato dalle regionale delle primarie tra Pittella e Lacorazza.
La fotografia plastica di un partito in cerca di una tregua fu offerta dall’incontro cordialissimo (novembre 2014) nel Palazzo della Giunta regionale tra Marcello Pittella e Roberto Speranza che aveva chiuso l’annata “terribile” nella prospettiva politica di un asse speranziano - pittelliano in cantiere che avrebbe rideterminato un nuovo campo di potere nel Pd lucano e non solo.
Ma il 2015 poi non solo non ha confermato i propositi pacificatori tra i dem ma addirittura ha visto un’escalation di polemiche, scontri e insofferenze che hanno visto il culmine con la sconfitta di Matera e le Assemblee potentine e regionali sul filo dello scontro quasi fisico. In mezzo una serie di date che hanno portato il maggior partito lucano a una crisi non solo di nervi ma addirittura di identità.
La prima tappa che ha fatto infiammare il dibattito interno è stata senz’altro la decisione di Roberto Speranza di smettere i panni della colomba in sintonia con Renzi da posizioni comunque bersaniane e di abbracciare la strada della polemica accesa contro il Premier. Scontro che si è palesato in tutto il suo potenziale con le dimissioni da capogruppo del Pd alla Camera dei deputati che di fatto hanno messo un pietra miliare sopra qualsiasi ipotesi di possibile asse politico con il governatore renziano Marcello Pittella (almeno per il monento).
Siamo a metà febbraio. Speranza sul Jobs act inizia a mostrare insofferenze nei confronti del leader. E dire che fino a qualche settimana prima veniva dipinto con un quasi renziano in pectore. Ma il “meglio” doveva ancora venire. Si arriva all’Italicum in parlamento e il capogruppo alla Camera si dimette seriamente, il 15 aprile rompendo in maniera burrascosa con Matteo Renzi e polemizzando per giorni con maria Elena Boschi. L’effetto immediato? Speranza di nuovo alfiere di punta bersaniano e sguardo a sinistra nel Pd. Le cronache poi ci hanno consegnato un deputato lucano leader della corrente minoritaria a livello nazionale del Pd. Effetto in Basilicata: asse saltato del tutto con i renziani e clima di sospetto che sale in maniera vertiginosa in un momento delicato. Tanto più che il 28 aprile Luongo, unico di tutti i segretari regionali del Pd si rifiuta di firmare una lettera inviata da Renzi in cui chiede sostegno per la riforma elettorale. Posizione del segretario regionale che viene attaccata e stigmatizzata duramente in un documento dei renziani lucani firmato (il 31 aprile) tra gli altri da Antezza, Margiotta, Polese, Robortella e Giuzio. Tutto in una fase già di per sè complessa: il governatore infatti era già nel bel mezzo di una verifica della sua squadra di giunta. Verifica aperta dallo stesso Marcello Pittella il 7 aprile a sorpresa durante una riunione di maggioranza in pieni lavori del Consiglio regionale.
Decisione che però con il passare dei giorni si complica e tarda a venire anche per l’approssimarsi delle elezioni di Matera fissate il il 31 maggio. Sulla scelta del candidato sindaco inizia una lunghissima partita a scacchi tra renziani - pittelliani lucani e l’area del segretario regionale Antonio Luongo con il sostegno di Speranza che sulla ricandidatura di Adduce non mollano di un centimetro. Tutto questo con l’antezziano renziano Luca Braia che prima viene annunciato prossimo assessore regionale dallo stesso Pittella (successivamene a una riunione renziana) all’inizio di maggio e poi nominato ufficialmente assessore il 22 dello stesso mese a 9 giorni dal voto materano. In precedenza c’erano stati giorni infuocati tra i dem nella Citta dei Sassi con una discussa riunione cittadina del 7 marzo in cui Muscaridola e Luongo avevano forzato il voto degli iscritti senza aspettare ulteriori mediazioni.
Sono state quelle settimane di “passione” con dichiarazioni e polemiche senza fine fino all’esplosione del partito quando al ballottaggio del 14 giugno Adduce perde contro De Ruggieri che diventa sindaco a capo di una coalizione di centrodestra con il sostegno di “disobbedienti” del Pd tra cui gli ex assessori regionali defilippiani Vincenzo Viti ed Enzo Santochirico e pezzi “autonomi” dei renziani - pittelliani. E’ il caos. Che si manifesta in tutta evidenza nelle riunioni del Partito democratico potentino e regionale che si svolgono il 30 giugno e il 15 luglio quelle cittadine e il 5 luglio quella regionale. L’unica cosa che si riesce a fare per evitare il bagno di sangue è rinviare tutto a settembre: nuova Direzione regionale e congresso cittadino.
Ma è un Pd al collasso e in piena crisi di identità. E’ vero che Luongo mostra “lucidità” smussando l’antirenzismo con alcune dichiarazioni a favore della mozione Polese (sulla parità dei diritti per lesbiche, gay, bisex e trans), complimentandosi per la nomina di Pittella nell’esecutivo della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e addirittura sposando la decisione di Renzi di convocare una Direzione del Pd per il rilancio del Sud. Ma intanto la mancanza di una sola idea di partito mostra tutti i limiti: la kermesse speranziana del 27 luglio a Potenza fa “litigare” Antonello Molinari e Piero Lacorazza senza contare che due consiglieri del Pd e cioè Achille Spade e Carmine Castelgrande in Consiglio regionale votano (28 luglio) una mozione del centrodestra contro la “Teoria gender” nelle scuole. E il fatto che il segretario regionale ammonisca i due a fare marcia indietro con gli stessi che non solo difendono la propria autonomia di pensiero ma addirittura rilanciano minacciando di riconsegnare la tessera di partito è la cifra di un partito non senza leader ma addirittura senza linea politica. Tanto che nessuno dei big riesce a ricordare ad Achille Spada che lui è stato eletto nel listino bloccato del Pd. Cioè è consigliere regionale (con tutti i benefici in termini economici e di prestigio) non perchè qualche migliaio di lucani lo hanno votato magari innamorandosi dei suoi manifesti elettorali o delle sue capacità oratorie o del suo pensiero illuminato ma solo perchè era nella lista dei “privilegiati” decisa dal Pd. Ma tant’è. In tutto questo c’è un’altra data da superare senza “intoppi”: a fine settimana in Consiglio si vota l’Assestamento di bilancio e il sì allo Sblocca Potenza. E con un Pd così “vulnerabile” nulla è ormai scontato.
s.santoro@luedi.it

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