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IL COMMENTO
Un'occasione per il Sud

Basilicata

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NON tutto, ma qualcosa si muove. Intanto un dato positivo: di Mezzogiorno si ricomincia a parlare, dopo anni di assordanti silenzi.
Ne parla il premier Matteo Renzi nella direzione del Pd, convocata per discutere di questione meridionale. Ne parlano i governatori delle regioni del Sud che si danno strumenti operativi per coordinare gli interventi.

Ne discutono, con articoli interessanti, gli organi di informazione. Si confrontano intellettuali impegnati nella questione meridionale. Speriamo che, come per il passato, non cada poi l’effetto notte ancora una volta e oscuri questa ripresa di consapevolezza su uno dei nodi centrali per lo sviluppo del Paese.

Su tutto, però, una riflessione che solo apparentemente sembra una novità, ma che, invece, affonda le radici in tempi lontani: non sono i fondi, sempre e comunque necessari, a condizionare lo sviluppo del Sud, ma la politica che non c'è. Ne è convinto il premier che basa tutto il suo ragionamento sul ruolo che ha avuto ed ha la classe dirigente meridionale.

Ma non facciamoci illusioni. Per ora si tratta solo di parole. Di speranze, certo. Aspettando che a settembre, in occasione della strutturazione del masterplan, saranno i primi fatti a dimostrare un'inversione di tendenza. Non ha torto Renzi quando lancia severi moniti alla classe dirigente meridionale. Ne avevamo scritto anche di recente. Essa è giacobina a Roma e forcaiola nei territori meridionali. Se così è, e non vi sono dubbi, allora la rivoluzione meridionale presuppone un cambio di mentalità, un salto culturale che impone scelte coraggiose.

Non si tratta solo di rottamare il piagnisteo, come è nelle intenzioni del premier, ma di rimuovere le cause che generano la stanca lamentazione. Senza facili entusiasmi. Da troppo tempo il Sud è seduto su una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all'altro. Disinnescare la mina è prima di tutto responsabilità del governo nazionale e delle regioni meridionali. Ma anche, se non soprattutto, degli enti locali territoriali. Questi ultimi sono spessi travolti da quel clientelismo i cui confini lambiscono la questione morale con l'intreccio politica-affari. Di qui la complessità del caso Mezzogiorno. Che ha almeno tre specificità da affrontare e risolvere.

La prima: la questione politica e la classe dirigente. Qui il rinnovamento deve essere totale, senza cedere a sentimentalismi o a scelte che sono diventate, nel tempo, un vero e proprio cancro per il sud. Mai come in questo caso il termine rottamare ha una sua urgenza di applicazione. Il Sud deve liberarsi delle cariatidi, dei mammasantissimi, degli eterni presenti nelle stanze del potere. Deve saper favorire una ventata di rinnovamento di classe dirigente che non sia compromessa con il passato, prigioniera del cosiddetto consenso inquinato, ma che sappia rifondare l’idea di un Mezzogiorno capace di contribuire non solo a costruire il proprio futuro, ma di essere parte integrante del sistema paese. Occorre, a mio avviso, praticare il concetto della responsabilità personale e collettiva, assumendo ciascuno il compito di agire per il bene comune. Ci vorrà del tempo per un radicale cambiamento, ma se non si comincia, l'attesa sarà vana.

La seconda specificità riguarda le risorse e gli investimenti. Su questo versante qualche novità è emersa nel discorso di venerdì del premier Renzi. Cito un suo proposito consegnato alla direzione del Pd. Il presidente del consiglio dice: «Non basta che la Tav, che è stata una grande intuizione, si fermi a Eboli. Bisogna portarla a Bari e in Calabria». Bene così. Meglio tardi che mai. Investimenti e risorse devono far parte di un programma complessivo di sviluppo, immaginato da una task force governativa in sinergia con le regioni meridionali.

Pensare, invece, di risolvere una vicenda complessa, come la questione meridionale, ripristinando un ministero per il Mezzogiorno sarebbe una scelta sbagliata. Non occorre un accentramento dei poteri a danno delle scelte territoriali e della partecipazione delle autonomie locali.

Sarebbe un grave errore tornare al passato. Allora il ministero aveva una sua funzione perché faceva riferimento alla Cassa per il Mezzogiorno. Quando questa esaurì il suo ruolo progettuale e si trasformò in un centro di distribuzione di mance allora anche il dicastero per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno diventò solo un appesantimento per lo sviluppo del Paese.

Infine, come è stato giustamente ricordato, ci sono oggi nuovi strumenti di coordinamento per gli interventi a partire dall'agenzia nazionale per lo sviluppo del Mezzogiorno e la coesione territoriale che si sta sperimentando in alcune aree con risultati interessanti.

Infine, la terza specificità. Essa è conseguente ai limiti esposti nelle precedenti considerazioni. E' indubbio che investimenti e risorse sono un richiamo per le organizzazioni malavitose. Dunque si pone una grande questione morale che presuppone legalità e trasparenza.

E' indubbio che in ogni regione meridionale la criminalità è organizzata secondo propri codici e pronta ad alleanze trasversali quando si tratta di gestire grandi affari.

Mafia, n’drangheta, sacra corona unita e camorra allora sono la stessa faccia di una medaglia. Dopo aver reso prigioniero e dissanguato l’intero Mezzogiorno, con la gestione degli appalti, dell'usura, della droga, delle slot machine e l'imposizione del pizzo, questo cancro si è trasferito in altre regioni del centro-nord, mantenendo, però, la direzione strategica nei luoghi in cui sono sorte. E' questa la sfida più importante se il Mezzogiorno vuole risorgere a nuova vita. Una sfida che deve trovare terreno fertile proprio nel Sud. Altri vi possono concorrere, ma il vero protagonismo non può che essere del popolo meridionale.

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