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E se fosse la Basilicata a chiedere il sito unico?
L'idea dell'autocandidatura come opportunità strategica

Basilicata

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MATTEO Renzi, recentemente, ha posto il problema del riequilibrio tra Stato ed enti locali. È un tema molto avanzato, che da un lato liquida le facili accuse di “neocentralismo” mosse dai troppi complici della staticità amministrativa e burocratica del nostro Paese, e dall’altro cerca di porre un freno ai piccoli “sultanati”, spesso irresponsabili, che sono cresciuti all’ombra delle autonomie territoriali.

I governi regionali, in un siffatto squilibrio, sono di sovente costretti ad assumere posizioni ambigue, diciamo pure di “lotta e di governo” a seconda delle circostanze e della direzione dei venti.

Tuttavia non solo i singoli individui ma anche le comunità hanno il dovere di maturare, e di far seguire alla stagione (giovanile) della rabbia, dei buoni sentimenti e della protesta la stagione (adulta) della serietà, delle decisioni e della responsabilità, senza badare troppo alle facili reazioni liquidatorie e scomposte di quanti vogliono rimanere fermi alla pre-politica consolatoria e auto-assolutoria (populista e demagogica) che produce molte belle parole e pochi fatti concreti.

Prendiamo il tema dell’individuazione del sito unico di stoccaggio delle scorie nucleari.

Nel 2003, tutti noi, in maniera compatta ed emotivamente unitaria, fummo contro la designazione di Scanzano jonico. Tralasciando le ambiguità che pure all’epoca ci furono tra i comandanti in campo “di lotta e di governo”, quella di Scanzano può essere considerata la nostra fase giovanile, la nostra stagione eroica e, dunque, pre-politica.

Quell’anno vinse il popolo e, con esso, il populismo o, meglio, il “populismo di governo” di una classe dirigente che pure seppe mettere in campo momenti di efficace decisionismo riformista.

Oggi la Basilicata non può più permettersi questo schema; e, se vorrà perseguirlo per scopi elettoralistici, ancora una volta non si porrà alla testa del movimento riformatore di questo Paese, la cui principale sfida, appunto, è quella del riequilibrio tra Stato ed enti locali, cioè di un nuova fase nella quale le Regioni non dovranno più essere i facili difensori di un “particulare” territoriale, ma i portatori di una visione ampia, nazionale ed europea, che da un lato rappresenti i cittadini, le loro idee e i loro umori, e dall’altro li spinga con fermezza e decisionismo in avanti, finanche con atti difficili e impopolari.

Ho già posto questa domanda senza ricevere risposta. I signori del “no” del 2003 oggi stanno al Governo. Cosa andranno a dire a quelle regioni (Sardegna, Puglia, ecc.) che domani, legittimamente, si opporranno a un’eventuale designazione da parte dell’Ispra nel nome del precedente storico che rappresenta la vittoria di Scanzano?

C’è un’unica strada, a questo punto, ed è l’autocandidatura spontanea della Basilicata a ospitare il sito unico di stoccaggio. Non solo per dimostrare di essere all’avanguardia nel difficile e necessario processo di ri-sintonizzazione tra Stato ed enti locali, ma anche per “riparare” a un grave vulnus istituzionale e politico che non si è più sanato sin dal 2003, nonostante quella di Scanzano sia passata alla storia come una vittoria (pur essendo una drammatica vittoria di Pirro).

Tutto ciò per provare a ribaltare lo schema classico delle decisioni: non più lo Stato che impone dall’alto le sue scelte autoritarie, ma le Regioni che si assumono la responsabilità delle scelte difficili governandone i processi, magari per trarre il massimo di vantaggio nell’essere gli ispiratori di una soluzione altrove elusa.

Se federalismo significa bloccare lo Stato e le sue strategie, allora è giusto ammettere il fallimento del federalismo, che non a caso è ideologicamente indebolito.
Mi rendo conto che è più facile barcamenarsi tra pose “interessate” e scamiciate (che pena, qualche settimana fa, i comizi sudamericani di Policoro) e maneggi informali con l’Ispra per non comparire nella lista, ma sarebbe, per l’ennesima volta, la vittoria dello scaricabarile, la consueta dimostrazione di mancanza di coraggio e d’incapacità di governare i processi complessi della modernità.

Invece io dico che i tempi sono maturi per dimostrare all’Italia intera la forza di una “grande” Regione (non ci siamo sempre vantati di essere il doppio della Liguria?), che magari guarda senza paura allo straordinario modello di Onkalo, in Finlandia, cercando addirittura di superarlo per tecnologia e sicurezza (autocandidarsi mette nella condizione di condurre i giochi, ovvero di determinare la portata e il senso del progetto).

Si tratta di 150 ettari da trasformare in una grande opportunità per la nostra Regione: un’opportunità industriale, edile, tecnologica, universitaria, di ricerca, da mettere strategicamente in rete con altri poli tecnologici, industriali o di ricerca lucani come il petrolio, l’Enea di Rotondella e la Fiat di Melfi.

Mi si obietterà che non è questo il famigerato “modello di sviluppo” al quale punta la Basilicata.

Rispondo così: è vero o non è vero che il grande sviluppo turistico della nostra Regione non ha subito battute d’arresto a causa delle trivelle petrolifere? La nostra è una “grande” Regione che può e deve tenere insieme industria e agricoltura, petrolio e turismo, automobili e agroalimentare, cinema e salotti, tecnologia avanzata e riscoperta delle tradizioni, Matera 2019 e finanche il sito unico di stoccaggio dei rifiuti nucleari, che sono assai più dannosi per il nostro Paese (anche noi lucani siamo italiani) adesso che sono custoditi malamente in capannoni qua e là sparsi per l’Italia.

L’auspicio è che non si ripeta più il patetico barcamenarsi dimostrato per lo Sblocca Italia, l’eterna ambiguità dei politici lucani “di lotta e di governo”, che tengono il seggio ma non lasciano il segno, che a Roma si piegano e in Basilicata si dimenano.
Autocandidarsi sarebbe una rivoluzione copernicana che spingerebbe in posizione avanzata il riformismo lucano, troppo intimorito dalle anime belle ambientaliste, dagli “haters” del web e dai troppi giovani sognatori che pretendono a voce alta una Basilicata vergine pur tradendola con altre terre più dinamiche e “sporche” non appena compiono diciotto anni.

È pur necessario che qualcuno dica ai giovani che non è quasi mai possibile avere la moglie ubriaca e la botte piena.
Un Governo regionale forte, però, è forte solo se la totalità delle sue classi dirigenti è forte e coesa.

L’attuale Governo, infatti, è circondato da troppi “gufi”, per citare una famosa locuzione renziana, e da troppi esponenti del vecchio “sistema” che sono lì in attesa di un’incrinatura e di un passo falso. Inutile girarci intorno: il tappo allo sviluppo lucano è la componente ex comunista, nefasta in Basilicata quanto a Montecitorio e a Palazzo Madama.

Se in Italia tutti hanno paura di fare scelte impopolari e necessarie è per colpa loro, perché ne approfitterebbero immediatamente per porsi alla testa di un consenso conservatore, difensore dello status quo (pensiamo alla scuola, tanto per fare un esempio).
Da questo punto di vista sarebbe auspicabile a breve la nascita di un partito della sinistra italiana, che lascerebbe finalmente libero il Pd di essere il grande partito nazionale riformista che molti aspettano. E’ vero che il Pd perderebbe molti elettori di sinistra, ma ne guadagnerebbe immediatamente altri di provenienza liberale, cattolica, socialista e anti-comunista.

Marcello Pittella, proprio a causa di questa miriade di trappole disseminate dagli ex-comunisti, è stato sinora costretto all’ambiguità, alle trattative estenuanti e a un nefasto investimento su fedeli e fedelissimi, indebolendo così la sua azione politica in favore di un’azione dinastica.

Questa regressione difensiva però non ha creato processi, ma soltanto meccanismi.
Sul sito unico di stoccaggio nucleare capiremo se la soluzione sarà il solito papocchio demagogico e questuante nelle stanze romane, oppure se l’attuale classe dirigente lucana sarà all’altezza di una decisione epocale.

L’auspicio è che la Basilicata governi questo processo decidendone modalità e strategia, tempistica e opportunità, senza subalternità ma con una visione nazionale ed europea del problema. Sarebbe la più grande maturazione della nostra Regione dopo la stagione pre-politica dei “no” che, guarda caso, coincide con il massimo splendore della nostra giovinezza comunista. “Ripeness is all”, diceva Shakespeare, “la maturità è tutto”.
E la maturità è prendere decisioni difficili ma necessarie, doverose o utili per il bene del Paese e per il benessere di una comunità.

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