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IL DIBATTITO - La questione meridionale
Sud, non tutto dipende da Roma

Basilicata

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Mezzogiorno di crisi. Mezzogiorno arretrato. Mezzogiorno che segna il passo. Sono anni, se non decenni, che non viene registrato il minimo segnale che possa indurre alla benché minima idea di recupero in termini di sviluppo e di avanzamento socio economico. Il quadro, purtroppo, è desolante. I problemi sono antichi. Ma a questi se ne aggiungono quotidianamente altri. Bisogna essere franchi e onesti fino alla crudezza della verità: la questione meridionale è oggi attuale come alla sua origine. E' trascorso più di un secolo e mezzo di storia e ancora non si è riusciti a mettere il Sud alla pari del resto del Paese. Anzi, dopo qualche brevissimo periodo in cui sembrava che qualcosa si muovesse in direzione positiva, siamo di nuovo caduti all'indietro.
Al netto dei localismi e dei campanili non è un problema solo della Basilicata, o (della) di Campania, Puglia, Molise o Calabria. E' un dramma che interessa milioni di cittadini, operai, famiglie, disoccupati, pensionati, giovani. Tutti coloro, insomma, che vivono nel Sud dell'Italia. Non c'è più alcun dubbio che quelli che viviamo siano anni difficili. Dell'emergenza “Sud” sono tornati a occuparsene, in maniera più o meno originale e valida, filosofi, professori, analisti, economisti, intellettuali. Troppo spesso però, non si va oltre qualche seminario o qualche pubblicazione che non incide sulle scelte politiche dei governi e delle classi dirigenti meridionali.
Non si può più stare fermi aspettando il “miracolo” o il (grande) (- e sempre celebre atteso -) più celebre “Godot”. Si rende necessaria, da subito, l'azione che superi il pensiero sterile. Di certo c'è bisogno di una strategia di sviluppo che possa invertire una situazione che diventa ogni giorno sempre più drammatica. Per il Sud e per la Basilicata. Come si fa a immaginare un riscatto se la forbice (in termini economici ma anche di sicurezza sociale) tra il Meridione e il resto del Paese ha raggiunto un ampiezza di cui non si ricordano precedenti. (?) Basta una cifra su tutti: il Pil segna un meno 13 rispetto alla media nazionale. Altra “fotografia” dei problemi del Sud in termini numerici è l'erosione demografica. La popolazione nelle regionali meridionali è in forte calo e secondo gli analisti andrà sempre peggio: tra 50 anni il Mezzogiorno perderà circa 5 milioni di abitanti e cioè oltre il 20 per cento della propria popolazione. Sono questi fenomeni che vanno arrestati con politiche economiche, industriali e anche culturali forti e immediate.
Rispetto al dato generale della questione meridionale di (si) potrebbe stilare una lista infinita di motivi, di negligenze ed errori commessi. Ma volendo entrare nella carne viva del problema è indiscutile che la causa principale di questo enorme arretramento meridionale attenga alla riduzione degli investimenti. Non basta schermarsi dietro la “scusa” degli anni della grande crisi. Crisi che sempre più spesso è diventato il tappetto utile dove nascondere la polvere. Oltre alle contingenze bisogna ammettere che errori, e non pochi, sono stati commessi insieme a scelte politiche e programmatiche alquanto temerarie. Il taglio degli investimenti è stata una mannaia nei confronti del Mezzogiorno. Ma a questo si è saldata l'assenza di valide politiche regionali di sviluppo che hanno collocato il Sud in una recessione sempre più strutturale e profonda.
E' sotto gli occhi di tutti: le politiche regionali e i piani di sviluppo hanno subito una forte frenata (anche?) per le scelte sbagliate degli ultimi Governi nazionali che hanno tagliato le risorse destinate al Sud, soprattutto con quell'operazione che ha trasferito i fondi Fas al Fondo di coesione che pure era stata salutata da molti come una scelta epocale (quanto) ed utile. La realtà si è poi dimostrata tragica mostrando nel tempo i suoi limiti.
La questione è semplice: in assenza di una strategia nazionale che punti a ridare al Sud le medesime opportunità del resto del Paese - riequilibrando il rapporto di spesa pubblica e riducendo l'enorme gap infrastrutturale che paga il meridione e la Basilicata – non ci potrà essere un futuro per il Mezzogiorno. Ma non tutto dipende da Roma. E' necessario che la classe dirigente meridionale assuma una consapevolezza: l'annosa questione del Mezzogiorno va affrontata in un'ottica diversa rispetto al passato. Anche quello più recente. Bisogna fare squadra. Mettersi insieme e lanciare una azione sinergica tra le Regioni del Sud per valorizzare le aree metrolitane e connetterle con il resto delle aree interne. In tal senso quello che registriamo in questi giorni sul tema delle estrazioni petrolifere nello Jonio con Puglia, Basilicata e Calabria che si mostrano coese contro le scelte centralistiche del Governo nazionale è un primo segnale positivo. Ma altro va fatto allargando lo sforzo sinergico a tutte le Regioni meridionali.
Al netto delle visioni comuni, si rendono vitali e necessarie nuove forme di investimenti importanti che puntino a un doppio asse strategico: potenziamento infrastrutturale e rinnovata attenzione al sociale e all'innovazione e ricerca. La cosa più certa comunque è che evidentemente i problemi del Sud non si risolveranno da soli. Occorrono misure di breve periodo che rilancino la domanda interna, come anche servono misure che facciano crescere la internalizzazione delle imprese. Potrebbe essere valido quel modello ormai abbandonato dello “sviluppo autopropulsivo del Sud” che supporti iniziative che nascano autonomamente nel Sud coniugando assieme la capacità di mettere in campo azioni per potenziare e favorire la crescita dimensionale delle nostre imprese. Condizione indispensabile, quest'ultima, per poter competere con aree che vanno oltre i confini nazionali e regionali. Senza contare che migliorare la qualità della spesa pubblica nel Mezzogiorno accrescendo il volume delle risorse da utilizzare nell’ambito di una rinnovata politica industriale che si proponga di far compiere alle imprese meridionali un salto tecnologico e dimensionale porterebbe effetti duraturi e stabili nel tempo. ( io qui metterei una virgola e aggiungerei il pezzo che hai messo sotto e che riporto in rosso, altrimenti spezzi il filo sulla “politica industriale”)
Per tutte queste ragioni occorre aprire una vera e propria vertenza Sud. Partendo naturalmente dal Piano lavoro come scelta strategica che punti a un piano di investimenti per la realizzazione di una rete dei servizi che rafforzi quelle infrastrutturali e sociali condizione (essenziale) per creare un'area virtuosa e di eccellenza in termini di servizi, cultura, formazione e conoscenza. A questo va unita una politica industriale mirata che punti a valorizzare i settori strategici tra cui quelli non ancora pienamente utilizzati. Non c'è dubbio per esempio che i beni culturali e ambientali del Sud siano mediamente superiori a quelli disponibili nel Centro-Nord. Come non va dimenticata e ignorata una specializzazione agricola di notevole rilievo nel panorama nazionale ed europeo ma troppo spesso sottovalutata.
Ovviamente la classe politica lucana ha le proprie responsabilità. Su tutto bisogna cambiare radicalmente approccio nella logica di utilizzo dei fondi comunitari. Bisogna abbandonare quel meccanismo delle centinaia e centinaia di misure (ben 350 ancora - invertito) che è il prodotto di una logica del consenso e della clientela. E' evidente che paga di più avere una gestione frammentata delle risorse in termini di consenso che concentrarle in poche azioni. Ma bisogna scegliere: o si fa il bene proprio e delle aree politiche e di partito o si pensa al bene dei lucani. Questa è la sfida che la classe dirigente lucana deve sapere accettare. Si deve avere il coraggio di concentrare le risorse comunitarie della nuova programmazione in poche misure. Proseguire negli errori del passato o far finta che tutto va bene significa arrendersi alla verità crudele: non c'è futuro. Lo stesso vale per i numeri: l'Istat parla chiaro, al netto della Fiat (che pure merita un discorso a parte e un'operazione verità) la Basilicata e il Sud sono al collasso.
Preferisco guardare però a quello che si può fare e in tal senso credo sia necessaria assumere una fondamentale accelerata sul mondo della conoscenza e dell'Università: in Basilicata come in tutto il Mezzogiorno. Faccio mie le considerazioni di Giovanni Pugliese Carratelli che nel 1997 all'ennesimo piano di rilancio dell'Italia basato su azioni poco realistiche scrisse: “è assai penoso pensare all’effetto benefico, e più profondo e più esteso, che si sarebbe potuto ottenere dedicando alla scuola, alla diffusione della cultura, all’appagamento di fondamentali esigenze della vita civile e alle tradizionali attività agricole e industriali, rispondenti alla natura dei luoghi, quel che si è dilapidato in piani dei quali era facile prevedere il fallimento.

*Segretario Generale CGIL Basilicata

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