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L'indotto Eni pronto a manifestare
davanti al palazzo della Regione

Basilicata

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VAL D’AGRI - C’è il punto di vista di alcuni amministratori, tanti cittadini e, soprattutto, delle associazioni ambientaliste che vorrebbero un’immediata sospensione di tutte le attività di estrazione in territorio lucano. C’è poi l’altra faccia della medaglia, quella rappresentata dalle aziende del settore, per le quali, il nuovo clima di ostilità al petrolio che si è venuto a creare in Basilicata, con il conseguente ritardo nelle procedure autorizzative, mette a rischio le produzioni e quindi la tenuta occupazionale dell’indotto in Val d’Agri.
Nell’ultima presentazione del rapporto Eni, il responsabile del distretto Meridionale, non ne aveva fatto mistero: le lungaggini negli iter amministrativi rispetto alle estrazioni già autorizzate del ‘98 mettono a rischio la tenuta occupazionale del comparto.
Da allora, la situazione non sembra essere molto cambiata, anzi. Il malumore si è allargato a buona parte delle aziende dell’indotto. Tanto che molte di queste starebbero vagliando anche l’ipotesi di portare davanti una vera e propria protesta davanti alla Regione Basilicata.
Certo, la scena sarebbe abbastanza insolita. In viale Verrastro, fino a ora, si sono visti operai che hanno perso il lavoro, di ogni tipo di azienda, e il popolo del no a petrolio.
Questa volta, invece, a manifestare sarebbero gli imprenditori, per di più per chiedere meno ostacoli per chi ha investito nel settore delle estrazioni. Non solo loro.
Perché lo scopo della manifestazione sarebbe far mettere la faccia a tutti coloro che nel comparto della Val d’Agri hanno trovato occupazione. Una protesta che avrebbe, chiaramente, un impatto molto forte. Alcuni imprenditori dell’indotto ci hanno pensato seriamente. La proposta si è fatta largo nei giorni scorsi, tanto che è circolato anche un documento di richieste sottoscritto da alcune aziende.
Nelle intenzioni, innanzitutto dare “una reale prova” della ricaduta occupazionale sul territorio, portando in piazza tutti coloro che sono coinvolti, in maniera diretta e indiretta. Ma soprattutto “sollecitare le istituzioni a mantenere gli impegni previsti dagli accordi del ‘98”.
E prospettare i gravi rischi che derivano da tali ritardi, dovuti dalle “lungaggini autorizzative”, che, con la contemporanea conclusione di altri progetti, “entro la fine dell’anno potrebbero portare a una riduzione della manodopera pari al 50 per cento”.
Nella bozza di documento si parla esplicitamente di “pregiudizi che da sempre accompagnano le attività estrattive in Val d’Agri, frutto di disinformazione e strumentalizzazioni”. Dunque, la manifestazione sarebbe l’occasione per fare chiarezza du quelli che sono i dati positivi: occupati, attività economiche collaterali, attività di sviluppo locale e attività finanziate attraverso le royalty (quelli che citano). Sui luoghi di lavoro sarebbe circolata persino una data, fissata per i primi giorni di settembre.
Ma per ora (e forse solo per ora) pare che la proposta sia stata stoppata in attesa di valutazione più attenta su quelli che sarebbero gli effetti: un’esposizione di questo tipo potrebbe produrre più danni che risultati. Ma soprattutto, bisognerebbe capire quanti lavoratori sarebbero pronti a “sposare” la causa. Pur restando ancora nel campo delle ipotesi, visto che la notizia ufficiale di una manifestazione non c’è, a dichiarare già la propri indisponibilità è la Fiom Cgil.
«Non metteremo la nostra faccia su una sorta di ricatto occupazionale che gli imprenditori utilizzano solo per fare i loro interessi», commenta Emanuele De Nicola.
Una linea che ribadisce anche il segretario regionale della Cgil, Angelo Summa: «E’ evidente che si tratterebbe solo del tentativo di Eni di mandare avanti le imprese e di strumentalizzare i lavoratori per sbloccare la questione delle autorizzazioni».
Del resto, sempre nel corso della presentazione del local report, la compagnia del cane a sei zampe, avrebbe ha già prospettato la possibilità di esuberi a partire da settembre.
«Mi rendo conto - continua Summa - che i problemi esistono. Ma non si può pensare di risolverli in questo modo. Eni venga al tavolo istituzionale a discuterne, assumendo precisi impegni sia in termini occupazionali che di garanzie di sicurezza per il territorio e la salute dei cittadini».

m.labanca@luedi.it

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