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Indotto Eni: "Stop a stallo e pregiudizi"
Il 9 settembre la manifestazione diventa realtà

Basilicata

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2 minuti 59 secondi

di MARIATERESA LABANCA
«UNO stato di stallo non più accettabile». E’ per questo che le imprese dell’indotto Eni della Val d’Agri, come anticipato nei giorni scorsi del Quotidiano, porteranno la propria protesta direttamente sotto al palazzo della Regione Basilicata.
Non più solo un’indiscrezione, ora c’è anche una data ufficiale: è convocata per il 9 settembre la manifestazione che, forse per la prima volta, vedrà protagonisti non i sindacati, ma gli imprenditori. L’abbiamo definita l’altra faccia delle medaglia rappresentata dalla realtà estrattiva lucana. Non coloro che solo qualche mese fa gridavano “stop al petrolio”, ma le aziende che lavorano nel comparto e che ora denunciano: il clima che si è venuto a creare in Basilicata, quello che senza mezzi termini definiscono «pregiudizio contro il petrolio», e che ha portato alla sospensione o all’allungamento dei tempi nel rilascio delle autorizzazioni previste dagli accordi del ‘98, rischia di provocare notevoli danni economici.
Un atteggiamento «deleterio» - si legge nel comunicato a firma di alcuni imprenditori dell’indotto: Carmela Criscuolo (Criscuolo Ecopetrol service), Nicola Dandrea (Officine Dandrea), Antonio Garramone (Garramone Michele e figli) , Michele Margherita (Pdm) e Antonio Rizzo (Elettra srl) - «che ostacola investimenti consistenti e conseguente continuità lavorativa».
Insomma, il messaggio è chiaro: l’ “ostruzionismo” mette a rischio i posti di lavoro. Secondo un documento non ufficiale circolato nei giorni scorsi in alcune aziende dell’indotto della Val d’Agri, a fine dicembre il taglio occupazionale potrebbe essere pari al 50 per cento.
Il comunicato chiarisce: la protesta non ha nulla a che fare la prossima scadenza di alcuni contratti in alcune società, nè con il calo del prezzo del barile. La manifestazione - scrive il comitato ha scopi ben precisi: evidenziare la reale ricaduta delle attività petrolifere in Basilicata, in termini economici ed occupazionali; sollecitare le istituzioni affinché rispettino gli accordi sottoscritti, velocizzare il rilascio delle autorizzazioni, eliminare «i pregiudizi» che accompagnano le attività estrattive, «frutto di disinformazione e di strumentalizzazione».
Non ci saranno solo gli imprenditori. Perché lo scopo degli organizzatori è portare davanti al palazzo delle istituzioni per eccellenza la voce del personale delle aziende.
Circa 2.000 presenze si calcolava nella bozza di manifesto diffusa nei giorni scorsi. Bisogna capire, però, quanti lavoratori saranno realmente disposti a metterci la faccia. La Cgil, per voce del segretario regionale, Angelo Summa, ha già chiarito la propria posizione: «I nostri iscritti non ci saranno, perché non cediamo alla strumentalizzazione di chi pensa di poter utilizzare la questione occupazionale (che comunque esiste) per portare avanti gli interessi di Eni».
Ma dal comitato promotore arriva la replica: «La manifestazione è stata organizzata dal “basso”, senza coinvolgere attivamente nè associazioni di categoria, nè sindacati (sebbene informati ufficialmente), propriamente perché a metterci la faccia, saranno le persone che lavorano e che vivono grazie all’economia che genera il petrolio e l’indotto petrolifero».
L’industria estrattiva, dunque, guardata da un altro punto di vista. Quello delle ricadute economiche del territorio. Che - secondo il Comitato 9 settembre - non sono affatto da poco, al di là della «disinformazione»: «Gli investimenti portati avanti dalle aziende del settore in termini di infrastrutture e Know how sono notevoli, così come le specializzazioni che le maestranze locali stanno acquisendo nel tempo».

m.labanca@luedi.it

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