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Donne, politica e istituzioni
Il deficit del progetto democratico lucano

Basilicata

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CARA direttora,
come spesso mi capita ho appreso in notevole ritardo del dibattito relativo al rapporto tra le donne e la politica, nato in seguito al suo bell'editoriale tra sessismo e gergo calcistico, nel quale con l'acutezza e il coraggio di sempre metteva in evidenza il carattere essenzialmente maschile della politica e del linguaggio della politica nella nostra regione. D'altronde a corroborare la sua tesi mi pare vi siano almeno due vistose circostanze: 1. un Consiglio regionale di soli uomini; 2. la presenza nelle istituzioni di donne quasi mai provenienti dalle esperienze di partito. Questo secondo aspetto è in realtà particolarmente significativo e mostra nella sua interezza il carattere deficitario di un progetto democratico, nella nostra Basilicata, ancora monco.

Difatti se i partiti per gli uomini sono (o forse sono stati) spesso luoghi in cui costruire una propria identità politica, per le donne si traducono spesse volte in un’inospitale e scomoda passerella.

A mio avviso soprattutto per una ragione: per i dirigenti politici è scontato immaginare che un uomo che impieghi il proprio tempo nel partito voglia poi poter incidere nei processi decisionali; al contrario questo assunto non viene applicato alle donne, inserite nei pletorici e inutili direttivi esclusivamente per obblighi formali e per non essere tacciati di bieco maschilismo.

D’altronde la difficoltà delle donne lucane a esercitare l’elettorato passivo costituisce forse uno dei tratti distintivi della Basilicata repubblicana, basti pensare che la pratica (divenuta poi usuale) di individuare le donne da eleggere nel collegio lucano tra donne provenienti da fuori regione ha avuto inizio con le elezioni alla Costituente.  Protratta negli anni (per questioni di opportunità, per assenza di posti, per avere un credito con gli organismi nazionali) questa abitudine ha finito quasi col sancire l’ incapacità politica delle lucane, con tutte le conseguenze nella cultura e nella mentalità che una circostanza del genere comporta.

E fa francamente sorridere dover continuare ad ascoltare (da parte di quasi tutto il mondo politico) banalizzazioni che tendono a rovesciare i termini del rapporto di causalità e attribuiscono questa esclusione alla scellerata scelta delle donne di chiudersi in “riserve indiane”. Quelle riserve (e vale a dire gli organismi di parità) vennero a gran voce rivendicate dalle donne negli anni Ottanta del Novecento per vigilare sull’applicazione delle leggi ottenute nel corso delle lotte femministe degli anni Settanta e avevano l’ambizione di riuscire a promuovere l’ingresso delle donne in tutti gli ambiti della vita pubblica del Paese. Vennero però istituite dai Consigli regionali seguendo un percorso differente da quello indicato dalle associazioni delle donne e con statuti che di fatto le rendevano lottizzabili dalla politica.

Per questo spesso l’iter di istituzione di questi organismi fu particolarmente lungo e travagliato. Pensate che in Basilicata la prima legge di istituzione della Commissione Pari Opportunità del 1986 (che istituiva una Commissione indipendente dalla politica) venne poi abrogata e nuovamente varata nel 1991 con un articolato che riconosceva al presidente del Consiglio regionale la facoltà di sceglierne le componenti. Inutili furono all’epoca le proteste di tutti i gruppi di donne attivi sul territorio che paventarono la possibilità che gli organismi così composti si rivelassero inutili e finanche dannosi per le donne (Telefono donna, allora presieduto da Emilia Simonetti, in segno di protesta rifiutò in occasione della prima commissione di candidare una componente).

Così quando oggi si grida al fallimento di queste esperienze (sul quale tra l’altro non sono totalmente d’accordo perché reputo- per rimanere alla Basilicata- che l’attività delle nostre consigliere, e in primis di Ninni Fanelli, sia stata comunque importante per la crescita del territorio) è bene ricordare che si tratta del fallimento preannunciato dalle femministe di un progetto voluto dalla politica. E quando si immagina di risolvere il problema delle donne chiudendo questi organismi si compie perlomeno una ingenuità.

Io proporrei, al contrario, di recuperare la legge del 1986 (presentata in Consiglio regionale da Gianni Pittella) alla cui stesura avevano collaborato Ester Scardaccione e Anna Maria Riviello per sottrarre la commissione al controllo della politica e poi, dato che i tempi mi paiono maturi, proporrei di dare centralità, nella scelta dei componenti, alla cultura di genere, di cui possono essere portatori indistintamente donne e uomini.

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