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Pittella: «Basta con il fuoco amico
Essere renziani non significa buttare il cervello»

Basilicata

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POTENZA - «Non è che dite troppi no?», chiede ironicamente a Pittella il vice direttore del Corriere della Sera, Antonio Polito. Il riferimento è ovviamente al petrolio, ai «quattro comitatini» di renziana memoria e a tutto quello che ne è seguito. Su questi temi sembra essersi spezzato il rapporto tra istituzioni e società lucana.

E ora nonostante Pittella ripeta forte che «in mare non siamo disponibili ad accettare nessuna perforazione e anche su terra non possiamo più sostenere altri sacrifici», c’è chi continua a urlargli di andarsene. «Ed è difficile - dice - parlare con chi usa solo i fischietti e il dialogo neppure lo cerca».

La sua rabbia si sente. Da una parte c’è l’insoddisfazione della gente, le continue contestazioni. Alle manifestazioni così come sulla rete. Ma a pesare sono anche le divisioni nel suo stesso partito. Quel Pd che sotto un’unica sigla sembra racchiudere mille mondi diversi.

«Sono renziano - dice in una piazza non proprio filogovernativa - ma questo non significa prendere il cervello e buttarlo in discarica. Significa che vedo che delle risposte positive sono state date. Per esempio in un solo anno siamo riusciti a ottenere che le compagnie petrolifere pagassero una parte delle loro tasse qui in Basilicata. Abbiamo inseguito per anni questo risultato, senza riuscirci. Ma sono anche in grado di dire no. E a Renzi ho detto un no chiaro sulle nuove perforazioni».

Però «basta con il fuoco amico. Basta con le Penelopi che di giorno tessono e di notte distruggono. Non ci possiamo permettere tutto questo: noi ereditiamo situazioni pesanti, che sono frutto di scelte sbagliate fatte in passato. E l’ostilità di oggi dipende dall’incapacità di spendere nella giusta direzione le enormi risorse che pure sono arrivate dal petrolio, per esempio».

«E’ da quando mi sono insediato che sostengo che non c’è stata collaborazione tra le regioni del Sud, che il fai da te non ha funzionato e avremmo dovuto lavorare diversamente. Qui ora va immaginato il Mezzogiorno, non una singola regione».

a.giacummo@luedi.it

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