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I sei quesiti referendari: ecco cosa cambierebbe con le modifiche proposte

Basilicata

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COSA cambierà, rispetto alle previsioni normative attuali, se il referendum dovesse essere accolto dalla Corte di Cassazione e, soprattutto, votato dai cittadini in modo da abrogare parti di leggi attualmente in vigore? Proviamo a spiegarlo, quesito per quesito, secondo la relazione che ne ha fatto Vito Santarsiero (Pd) in Consiglio. Il consigliere, però, ha ritenuto fondamentale una premessa: «L’iniziativa guidata dalla Basilicata, per quanto rafforzi il ruolo delle Regioni e la tutela del territorio in terra e a mare, non è l’anticamera di nuove concessioni sul territorio. Abbiamo già detto chiaramente che non si andrà oltre rispetto a quanto già autorizzato, cioè i 154.000 barili al giorno frutto dei vecchi accordi».
Un premessa “politica” doverosa, prima di scendere nel dettaglio dei quesiti. Sono in tutto sei, tre relativi alla legge che ha convertito il decreto Sblocca Italia, la numero 164 del 2014. Il primo, quello relativo al comma 1 dell’articolo 38, mira a smantellare il principio cardine che lo Sblocca Italia ha voluto affermare in tema di estrazioni. Il comma attualmente prevede: “le attivita' di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”. Abrogando le due parole magiche, “urgenti” e “indifferibili”, si rendono “più morbide” e meno “pesanti” le eventuali procedure di esproprio dei beni su cui le opere ricadono. Il secondo quesito è quello che riguarda la parte più contestata dell’articolo 38, sui cui, nei mesi passati, erano proliferate le letture più contrasti. Si tratta del comma 1-bis che attualmente prevede la procedura dell’intesa tra Stato e Regioni nella definizione del cosiddetto Piano delle aree, ma che attribuisce un peso maggiore allo Stato nel caso di mancata intesa. Con il secondo quesito referendario si mira, innanzitutto a imporre la procedura dell’intesa anche ai premessi di ricerca e coltivazione in mare (attualmente non previsto). E, ancora di più, a conferire peso paritario a Stato e Regioni nella procedure dell’intesa. Non solo, perché con le modifiche apportate dalla legge Finanziaria allo Sblocca Italia, si prevede che, in attesa della definizione del Piano delle arre, valgano le vecchie normative. La proposta referendaria cancellerebbe la possibilità di normare così questa fase di transizione. Insomma, fino alla definizione del nuovo Piano, sarebbe tutto bloccato.
Il terzo quesito punta a rimuovere un altro ostacolo, quello del comma 5 dell’articolo 38 dello Sblocca Italia che prevede proroghe al titolo concessario unico quando le le attività di ricerca e coltivazione non siano state ultimate nei tempi previsti.
Il quarto e il quinto quesito sono riferiti a normative precedenti richiamate dallo Sblocca Italia. Il primo è la l’art. 57, comma 3-bis, del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (così come successivamente modificato). Senza perdersi nei cavilli di numeri di leggi e articoli, se attualmente la norma in materia prevede che le opere strumentali alle attività estrattive, nel caso di mancata intesa, sia il parere dello Stato a prevalere. Anche in questo caso si mira a dare stesso peso al parere delle Regioni nelle procedure autorizzative. Il secondo è l’art. 1, comma 8-bis, della legge 23 agosto 2004, n. 239: se le amministrazioni regionali non si esprimo entro un tempo determinato sulle procedere che riguardano la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, il Consiglio dei Ministri può decidere. Se il referendum dovesse essere approvato, questa previsione sarebbe abrogata.
L’ultimo quesito, il sesto, è quello relativo all’articolo 35 del decreto Sviluppo: se attualmente è previsto il divieto di attività di ricerca e coltivazioni in mare, al di sotto delle 12 miglia della costa, ma non per le autorizzazioni in corso, il referendum andrebbe ad eliminare questa eccezione, prevedendo il divieto assoluto.

m.labanca@luedi.it

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