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L'INTERVENTO - La lotta interna al Pd
che ostacola la voglia di riscatto lucano

Basilicata

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Gentile direttrice,

ho letto con molto interesse il suo commento di ieri sulla questione petrolio in Basilicata.

“Il petrolio che inquieta il sonno lucano” apre un dibattito mai sopito ma su cui, ha ragione a dirlo, si è fatto e si continua a fare confusione. Condivido appieno il grande rischio “insonnia” che si è innescato a seguito degli innumerevoli interventi sull’argomento che si susseguono su più fronti a tambur battente ogni qualvolta che a livello nazionale si parla di petrolio, oggi ancor di più sulle trivellazioni in mare. La politica lucana sembra non avere una linea diretta e omologa sull’argomento, forse perché spinta, da un lato a difendere la scelta energetica cominciata un ventennio fa, dall’altro ad evitare lo scontro popolare.

Quella sul No alle trivelle in mare è una battaglia di tutt’altra natura, che trae origine dalle aspettative disattese in un ventennio di estrazioni in Basilicata. Ci siamo accorti che, oltre a fare, disfare e rifare i marciapiedi a Viggiano non hanno portato nessuna infrastruttura? Pensiamo al solo esempio di Policoro, che ha un lungomare incompleto da 20 anni. O pensiamo al sostegno all’Ateneo lucano, che non ha consentito i posti di lavoro post universitari sperati. Quando si parlava di petrolio, i lucani speravano che lo stesso potesse farli uscire da quell’impasse storica e da quella sudditanza di “Regione da Terzo Mondo”; da quel tasso di natalità tra i più bassi d’Italia e di emigrazione tra i più alti d’Italia. Tutto, oggi, è rimasto fermo come a 20 anni fa, con la natalità che continua ed essere tra le più basse d’Italia e l’emigrazione tra le più alte.

Quella sul NO alle trivelle in mare è una battaglia che trae origine dal richiamo ad un turismo che finalmente sta decollando, ad una consapevolezza ed un attaccamento alle proprie origini che sono linfa vitale per le tantissime imprese sorte a ridosso del mare e dell’agricoltura. E, per dire NO alle trivelle in mare, abbiamo ritenuto giusta la via istituzionale.

Questa parte di Lucania – e Policoro ne è l’emblema - sta imparando a liberarsi da logiche assistenzialistiche grazie ad una imprenditoria turistica che sta facendo passi da gigante. E poca rilevanza assume il commento del consigliere regionale dell’Emilia Romagna che dice al nostro Presidente del Consiglio Regionale che il petrolio “non deve fare paura” e che lo stesso “è compatibile con il turismo”. Noi non abbiamo paura del petrolio. Ci conviviamo ormai da 20 anni.

Il nostro non è un turismo che vuole emulare quello dell’Emilia Romagna: lo riteniamo un turismo consumato. Il nostro è un turismo naturalistico, storico, agricolo, ambientale, fatto di scoperta del mare e del mondo contadino che produce prodotti di eccellenza. Lo dicono i numeri delle strutture ricettive, dei circoli nautici che accolgono migliaia di ragazzi ogni anno che qui imparano la cultura del mare e dell’eco-sostenibilità; lo dicono i numeri delle fattorie didattiche e degli agriturismo sorti in ogni angolo di terra lucana, a rimarcare quel turismo lontano dalla confusione delle masse e delle spiagge industrializzate.

Noi non vogliamo né emulare né scopiazzare chicchessia. Abbiamo scelto un percorso diverso, che parte dalla consapevolezza che c’è la voglia di tanti ragazzi meridionali che hanno studiato al nord, di voler ritornare e investire il proprio sapere e la propria cultura nella propria terra.

Questa non è una mera lotta di campanile; di quelle ne abbiamo fin troppe in giro. E’ un fermo e convinto NO alle trivelle in mare che trae origine da una ponderata, sana ed attenta analisi su passato, presente e futuro del nostro territorio; analisi discussa e condivisa tra le amministrazioni locali, provinciali e regionali partita proprio da Policoro già dal 2012, a margine di una colorata e partecipata manifestazione a cui presero parte amministratori di Puglia Basilicata e Calabria. Il “Protocollo di Heraclea” siglò già allora l'inizio di un percorso condiviso di dialogo tra gli enti locali. Un percorso istituzionale importante che ha avuto il seguito quest’estate, ancora una volta a Policoro, con la manifestazione che ha visto incontrare tre Presidenti di Regione, ulteriore passo verso quello che oggi ha portato all’unione di ben 8 regioni del mezzogiorno pronti al referendum.

Quel mio abbraccio con Pittella a conclusione del mio sciopero della fame, vituperato e condannato, voleva essere l’inizio di un percorso che mettesse insieme amministrazioni locali e regionali per una finalità condivisa sul futuro delle Regioni meridionali.

Resta, certamente, l’amaro in bocca per essere arrivati al referendum di 8 Regioni dopo un dialogo serrato a tutti i livelli, frutto di un percorso istituzionale che conferma lo scontro intestino nel PD tra i rappresentanti regionali e quelli di Governo. Dove sono stati i tantissimi parlamentari di maggioranza di ben 8 Regioni italiane che hanno votato per lo “Sblocca Italia”? Perché hanno lasciato passare tutto questo dal punto di vista legislativo? E perché quegli stessi Parlamentari oggi, sulle stampe locali, dicono No al petrolio in mare? Noi andremo a rimettere in discussione quello che è stato votato, sottaciuto ed accettato da gli stessi parlamentari che ora dicono No.

Qualche riflessione la dobbiamo pur fare e gli organi di stampa, come il suo quotidiano tenta di fare ogni giorno, bene farebbero a lanciare le sfide per far si che questi territori non siano più legati al silenzio e all’oblio.

L’Italia meridionale ha voglia di crescere e non ha più voglia di piangere o protestare.

Ha voglia di proporsi, immaginando un destino diverso.

*Sindaco di Policoro

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