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L'INTERVENTO
Il Texas fallito nella regione che subisce e non governa

Basilicata

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La Basilicata come il Texas. Appena scoperti i giacimenti di petrolio nella Val d’Agri erano in molti ad immaginare cittadini con i cappelli a falde larghe alla JR Ewing. Soldi a palate, lavoro e sviluppo.

Il petrolio era un’opportunità da sfruttare.

I tg nazionali davano risalto agli aspetti più folcloristici della vicenda e in pochi mettevano in guardia dalle controindicazioni ambientali che lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo portavano con sé. Vent’anni dopo quell’entusiasmo si è trasformato in rabbia e la rabbia è diventata paura.

Grazie alla novità legata al ricorso al referendum abrogativo di quella parte del decreto Sblocca Italia che riguarda la possibilità da parte del Governo di concedere permessi di ricerca e di sfruttamento di idrocarburi in mare, in questi giorni si è riaccesa la polemica sull’argomento petrolio, che è ormai ciclica nel dibattito politico regionale.

Ad arricchirla è stata la voce di un consigliere regionale del Pd dell’Emilia Romagna, Gianni Bessi, che ha immesso nel calderone della discussione espressioni ad effetto di derivazione anglosassone Nimby e Nimto (mai sotto il mio sedere e mai sotto il mandato elettorale) per spiegare il no delle popolazioni e dei rappresentanti politici di un territorio abbastanza vasto, alle estrazioni petrolifere in mare.

In realtà la sensazione è che questa vicenda abbia ben poco a che fare con queste considerazioni, anche se è comprensibile che un osservatore esterno possa non avere chiara la portata del problema, almeno per quel che riguarda la Basilicata, e la liquidi con un’analisi così approssimativa.

Il vero nodo è un altro ed è intrecciato alle aspettative di crescita e di sviluppo del territorio, che forse andavano anche al di là del reale flusso di risorse finanziarie che di lì a poco si sarebbe riversato in Basilicata per effetto delle royalty petrolifere.

Nell’immaginario collettivo il petrolio ha avuto lo stesso effetto che ha per una famiglia una vincita milionaria al superenalotto. Infrastrutture, lavoro, benessere: questo era il terno vincente che dopo vent’anni si è trasformato, sotto l’effetto della disillusione. Inquinamento, malattie e sottosviluppo: questo per il lucani rappresenta, a torto o a ragione, oggi il petrolio dopo quasi vent’anni. Un futuro nero come quel liquido estratto dalle viscere della terra.

La classe dirigente della Basilicata ha perso la sua partita, e lo ha fatto perché ha dimenticato la lezione della storia che pure era lì a portata di mano, a pochi chilometri da Potenza, in Valbasento. Nel ‘59 da quelle parti fu scoperto il metano e in pochi anni furono costruite dighe, strade e aree industriali tuttora competitive sotto l’aspetto dei servizi offerti. Si è pianificato in altre parole un processo di sviluppo che ha garantito 30 anni di vita economica alla regione, sia pure tra alti e bassi.

Cosa ha generato il petrolio? Spesa pubblica improduttiva. Le royalty sono servite per chiudere i buchi di bilancio delle aziende sanitarie e dell’università ma non hanno finanziato programmi d innovazione per inserire quelle istituzioni al centro del sistema della ricerca scientifica nazionale e internazionale.

Sono serviti per occupare gli operai forestali ma non hanno permesso il loro affrancamento dal sussidio assistenziale. Hanno consentito ai Comuni capoluogo di compensare le minori entrate derivanti dai trasferimenti statali e a quelli della Val d’Agri l’onore e l’onere di spendere assegni a sei zeri. Risorse finite nell’acqua delle piscine comunali e che hanno fatto la fortuna delle filiali delle banche che gestiscono i conti correnti delle Amministrazioni.

Quei soldi, in altre parole, hanno garantito vittorie elettorali e certamente hanno consentito la realizzazione di brillanti carriere politiche ma hanno restituito poco al territorio che oggi fa i conti con le controindicazioni ambientali dello sfruttamento degli idrocarburi senza averne incassato benefici duraturi. Il corto circuito è tutto qui. Si doveva puntare alla modernizzazione della Basilicata, si è finito con l’alimentare un circolo vizioso da cui è diventato difficilissimo uscire.

Altro che nimby e nimto qui si è giocato col Nintendo e oggi ci si accorge che non si è riusciti a fare il record perché, ancora una volta, la Basilicata subisce i processi, non li governa. Politicamente, a guidare il fronte del no alle trivelle in mare, se ancora non fosse chiaro, è il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, lo Zapata del Levante che sta studiando da anti-Renzi e che ha ottime possibilità di riuscire ad esserlo con buona pace di Roberto Speranza e dei bersaniani del Pd.

La Basilicata appare come una dead land walking, una regione che cammina verso il patibolo. Lo dimostrano le continue dismissioni pubbliche: la soppressione della Corte d’Appello di Potenza, la chiusura della Soprintendenza di Matera. Dopo l’abolizione delle Province, il prossimo passaggio istituzionale riguarderà la riorganizzazione delle regioni secondo un disegno che da tempo è chiarissimo e che porterà alla creazione di macroaree amministrative destinate a rendere meno problematica l’azione dei governi nazionali. Un disegno che passa, è evidente anche questo, pure attraverso l’eliminazione quasi totale dei conflitti politico-parlamentari. La riduzione del Senato a consiglio delle “autonomie” locali in fin dei conti significa anche questo.

Il petrolio può salvare la Basilicata? Forse sì, a patto che prima che tutto sia compiuto questa regione si trasformi da brutto anatroccolo in cigno. Questa è la vera sfida mentre l’orologio corre. Tic tac.

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