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LA RIFLESSIONE
A Potenza De Luca ostaggio del Pd

Basilicata

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POTENZA a te, Matera a me, il resto lo vediamo strada facendo. Dopo aver fatto quadrato in Direzione nazionale grazie alla soluzione offerta dalla legge elettorale Tatarella, il Pd lucano si dedica alle pulizie di casa. Finalmente si possono celebrare i congressi senza il rischio di arrivare alla rissa politica.
Per scongiurare il pericolo sembra essere venuto fuori un patto Speranza - Pittella per la risoluzione dei conflitti. Se a Matera il presidente della Regione ha i suoi alleati al governo, al Comune di Potenza spazio a Speranza e ai suoi uomini, con Falotico e pittelliani pronti ad assumere anch’essi posizioni di rilievo.
Il tutto avviene mentre il sindaco, Dario De Luca, sembra attendere con animo sereno l’ufficialità del proprio commissariamento politico, come quel bambino che porta il pallone al campetto e poi si trova a guardare dalla panchina come giocano i suoi amichetti. Una parabola annunciata quella del primo cittadino di Potenza, galantuomo in balia delle onde alte del mare della politica, che non è riuscito a fare le uniche cose che avrebbe dovuto per tentare di rigenerare la città, come aveva promesso in campagna elettorale. Aveva davanti due strade possibili: varare il suo esecutivo e portare in Consiglio i provvedimenti che riteneva necessari per la città lasciando al Pd, che è maggioranza in assemblea, la responsabilità politica di sostenerli o di far cadere l’Amministrazione, oppure dar vita (in piena epidemia da dissesto) ad una giunta di “salute pubblica”, rigorosamente a termine, per mettere in sicurezza il Comune prima di riportarlo al voto.
Un’operazione, quest’ultima, che avrebbe dovuto vedere protagoniste e rappresentate in Giunta tutte le componenti presenti in Consiglio comunale (non solo il Pd) rivendicando quel ruolo politico di guida della città che gli elettori, attraverso l’elezione diretta, assegnano al sindaco.
Ha preferito invece temporeggiare attendendo i soccorsi e ora non gli resta che aspettare gli esiti di decisioni che non passano dalla sua scrivania.
Il Pd, in altre parole, ha perso le elezioni (o quanto meno non le ha vinte) ma nei fatti governa Potenza come se avesse ottenuto un largo successo. Determina i tempi dell’azione amministrativa e detta l’agenda ad un sindaco che assomiglia sempre di più allo speaker della Camera dei Comuni, apolitico (come si è sempre professato) fino alla neutralità assoluta, incolore, totalmente trasparente al punto che si potrebbe dubitare che la sua presenza sia indispensabile per guidare la città. I destini di Potenza, con buona pace anche di Pace (il consigliere regionale), si decidono nella solita stanza dei bottoni, quella di un Pd rinnovato nei rappresentanti comunali ma le cui anime restano intatte e conflittuali.
In un momento storico in cui la città è in piena crisi di identità, le sue vicende vanno ad intrecciarsi pericolosamente con quelle di un “partito gender” che sta cercando faticosamente un equilibrio politico tra il suo corredo genetico e quello che nei fatti oggi rappresenta. Il capoluogo lucano per questi motivi si trova sul punto di imboccare un lungo tunnel senza sapere cosa troverà all’uscita. Occorre un progetto di rinascita della città ma in questo momento nessuno sembra avere una ricetta credibile da sperimentare.

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