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La crisi politica di Potenza
Renziani e speranziani al muro contro muro

Basilicata

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POTENZA - E’ ancora una volta un problema di numeri se l’accordo per la nuova Giunta di Potenza non c’è. I conti continuano a non tornare e, questa volta, non solo tra il segretario Pd e il sindaco, ma anche e soprattutto all’interno dello stesso Pd, dove i metodi di calcolo di renziani e speranziani continuano a dare risultati differenti.
I due interlocutori della mediazione per il nuovo esecutivo, Luongo e De Luca, si sono lasciati martedì pomeriggio con l’amara conclusione che al momento non ci sono le condizioni per le larghe intese, tanto da spingere il primo cittadino ad assegnare le deleghe (Bilancio e Ambiente) rimaste senza titolari. Ma dalle indiscrezioni del giorno dopo, emerge che, in realtà, nel Pd, la posizione sulla trattativa è tutt’altro che unitaria.
Il punto fermo fissato da De Luca - cinque assessori Dem e non sei, come chiesto da Luongo - fa saltare gli equilibri interni al partito. Il numero dispari, chiaramente, non consente una spartizione esattamente paritaria, complicando di molte le cose.
I renziani sarebbero disposti a chiudere anche su questa cifra, “accontendosi” di due assessori (al momento i più papabili rimangono Donatella Cutro, Alessandra Sagarese, e la doppia ipotesi Falotico - Scarano).
A patto, però, che possano indicare il nome del presidente del Consiglio. Ipotesi su cui però gli speranziani non sarebbero disposti a cedere: pur potendo così guadagnare tre assessori, non vogliono affatto rinunciare alla seconda carica più prestigiosa a livello comunale, attualmente ricoperta da Luigi Petrone. Accettare la posizione dei renziani, significherebbe far abdicare lo sfidante di De Luca alle amministrative di un anno e mezzo fa.
Petrone, in questo caso, da uomo di punta verrebbe demansionato a consigliere semplice. A meno di una promozione in Giunta e magari un eventuale delega da vicesindaco, ipotesi a cui i renziani avrebbero dato anche il via libera. Ma pare che nemmeno questa piaccia all’altro pezzo di partito: in questo modo salterebbe uno dei tre nomi che l’area intende indicare per i nuovi assessorati: l’attuale capogruppo Giampiero Iudicello, la defilippiana Carmen Celi e Sergio Potenza dei Popolari Uniti.
Davanti alla scelta se “sacrificare” l’attuale presidente o uno dei tre amminsitratori quasi in pectore, gli speranziani, per adesso, avrebbero deciso di non voler cedere, nè su un fronte, nè sull’altro. Dal canto loro, i renziani, non hanno alcuna voglia di dar tanto vantaggio sulla città di Potenza agli “avversari” di partito, soprattutto dopo le ultime vicende che li hanno visti protagonisti nel salvataggio del capoluogo: a Roma, l’emendamento del senatore Margiotta per la modifica legislativa che consente a Potenza di estinguere i debiti in un tempo più lungo; a Potenza l’impegno concreto di Pittella sui trasferimenti regionali al Comune.
Stando così le cose, si allontana la soluzione di una Giunta delle larghe intese, mentre cresce invece la tensione. Dentro e fuori al partito. L’esternazione del presidente Pittella di qualche giorno aveva lasciato percepire il nervosismo crescente. Un’irritazione dichiarata per “pretese” dell’altra area che a questo punto devono essere sembrate inaccettabili. E che a ben guardare non risparmia nemmeno il sindaco De Luca, che per ora rimane in balia delle diverse correnti del Pd, senza far prevalere - come forse a questo punto si aspetterebbero i renziani - quella parte politica a cui maggiormente dovrebbe essere riconoscente.
«Inattesa rigidità del sindaco», la definisce il senatore Margiotta in un tweet.
Cosa accade adesso? Arrivati al muro contro muro, se nessuno sarà disposto a un passo indietro, i dirigenti Dem si ritroveranno a lavare i panni sporchi di casa nel congresso cittadino fissato per il prossimo 8 novembre. Solo che in quel caso il nodo Potenza finirà nel calderone di tutte altre “pratiche” aperte dentro al partito. Con tempi destinati ad andare ancora per le lunghe.
m.labanca@luedi.it

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