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L'EDITORIALE
L'ufficio riparazioni del segretario

Basilicata

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LA premessa sono due punti molto importanti. Il primo: oggi, ancora oggi, la coesione del Pd è la coesione della Basilicata. Secondo: i rapporti di forza sono la nervatura della democrazia.

Ne discende che, allo stato dell’arte, la Basilicata non può essere paragonata alla diade renziana, cioè la congiunzione tra premiership e leadership. Per essere chiari fino in fondo, dice Luongo: la vittoria di Pittella è un fatto politicamente eclatante, elettoralmente risicabile. "Alla quale è seguito il “paradosso” della mia vittoria congressuale". Dunque? Occorre un compromesso, il governatore non può pensare di essere un uomo solo al comando, sarebbe un problema per lui soprattutto in questa fase di stravolgimenti - leggi riforme - istituzionali.

Quando e come trovare l’accordo? Provocazione per provocazione, il segretario regionale del Pd, Antonio Luongo, reagisce così: non abbiamo neppure bisogno di venti giorni, ne bastano dieci. Come? Il segretario indica i tempi e il criterio della nuova giunta regionale per far partire la fase due della consiliatura. La rosa nella quale scegliere sono sette nomi, i consiglieri eletti con il simbolo Pd più altri due, i primi dei non eletti. Se l’accordo si raggiunge, la Giunta va fatta subito.

Sarebbe un danno farla slittare a gennaio, oltre che irriguardoso nei confronti degli attuali assessori (Pittella aveva indicato gennaio come termine).

Non volano stracci in casa democratica, non è nella cultura politica di Luongo e mai egli darebbe soddisfazioni ai qualunquisti disfattisti (su questo si trova con la posizione di Pittella).

Al presidente che lamentava di essere ancora oggi mal digerito e di non essere sostenuto se non altro nel mancato riconoscimento delle cose fatte, Luongo risponde con una distinzione: una cosa sono gli atti politici, altro è la dialettica politica. “Indicatemi un solo atto, uno solo che dal Pd è venuto contro il presidente”. La compostezza consiliare non è mai venuta meno (mai Cifarelli, giusto per fare nomi, anche nel pieno della debacle materana, si è sognato di far mancare il suo voto), “ma non posso impedire di fare politica (Lacorazza, per fare un altro nome, se si imbarca sulla strada del referendum è perché procede sul suo cammino politico). Nè infine, "possiamo farci condizionare da un clima”.

Il clima sono le nostre congetture quotidiane, i retroscena, le interviste, il vociare, insomma, della politica. Fa i nomi Luongo (in ordine affettivo): "a Salvatore Margiotta che invoca una mia maggiore terzietà politica rispondo con le recriminazioni di segno contrario che mi vengono dall’area congressuale che mi ha sostenuto”. All’amico Erminio Restaino che vede nel Luongo di oggi la controfigura del Luongo di ieri faccio osservare che il partito di oggi non è neppure la controfigura di ieri. Poi si rivolge a Vincenzo Folino. Lo chiama fratello: “Gli perdono tutto. Ho apprezzato che continui a interessarsi del destino del Pd e gli chiede di uscire dal limbo nel quale momentaneamente si trova”.

E’ rimasto sorpreso, il segretario, dall’ultimatum di Pittella. Non lo chiama neppure ultimatum.

Non si sono parlati subito dopo. “Lo leggo come una richiesta di aiuto alla coesione”. Non si sottrae alle responsabilità. “Certo che 14 mesi per l’elezione degli organi statutari sono tanti, ma le difficoltà degli altri non sono un mio vantaggio”. Riconosce che le divergenza non mancano nell’area congressuale che lo ha sostenuto. Ma non invidia certo Pittella che di problemi ne avrà altrettanti. Ma il suo compito , come ha stampato sulla sua porta è l’urda, l’acronimo che sta per "ufficio di riparazione dei danni altrui".

Quei danni che oggi nascono dalla liofilizzazione dei partiti per cui tutti si sentono legittimati a reclamare un nuovo protagonismo, dai territori alla classe dirigente, proprio nei giorni in cui la riforma elettorale segna come ineluttabile un tempo che, probabilmente, spazzerà via dalla scena politica parte di essa. E in questo clima di euforia della catastrofe, Luongo sa bene che il nodo dell’accordo non potrà essere solo la giunta regionale. Tanto per cominciare lui: “Voglio capire se sono ancora utile e il mio mandato è a disposizione”.

E sulla possibilità di Pittella di costruirsi una maggioranza alternativa, mette in guardia dall’uso semplicistico delle parole. “Tutt’al più parliamo di allargamento, non si sostituzione”.

Insomma Luongo offre una tessitura che distingue gli equilibri istituzionali dalle ragioni politiche. Il punto è che le seconde fanno traballare i primi. Ma se si parla tanto del Pd è perché oggi è l’unico partito degno di questo nome, un partito popolare di massa e sede della cultura riformista. “Non è che in Italia il governo del partito fornisca esempi più confortanti”.

Dà un giudizio equilibrato su Renzi al quale riconosce leadership sui temi del governo del paese ("ha dato un’accelerata a un Paese storicamente lento") ma valuta la vita del partito sul territorio sostanzialmente anarchica (non è un caso che la segreteria nazionale stia lavorando proprio in queste settimane alla ridefinizione delle regole della vita interna per dare una nuova disciplina alla crescita organizzativa del partito”).

La Basilicata non è fuori da questo meccanismo. Ovunque si perpetuano logiche congressuali, questo a me, questo a te. Ed è per questo che il segretario ha provato a sdrammatizzare con l’editto borbonico. La verità, dice, è che la situazione è preoccupante e non può essere risolta per via burocratica. Garantisce sostegno pieno a Pittella, del resto non gliel’ha mai fatto mancare ("vi risulta che su qualche nomina siano mai state fatte polemiche?") ma gli fa capire che c’è una parolina magica che il presidente dovrà presto rivedere, la più frequente del suo lessico. La parola “prerogative” del presidente.

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