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Dirigente per “sbaglio”, condannati vertici Asp
Devono risarcire la differenza di stipendio percepita dall’avvocato

Basilicata

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POTENZA - La promozione da funzionario a dirigente non è stato il frutto di una reale conciliazione con i vertici dell’Azienda sanitaria di Potenza, ma «una vera e propria messinscena», per aggirare la legge «attraverso la rappresentazione di un finto contrasto tra le parti (...) in assenza di ogni responsabilità da parte dell’amministrazione».
E’ quanto affermano i giudici della Corte dei conti della Basilicata nella sentenza appena depositata sul caso dell’avvocato Maria Pia Lavieri.
I magistrati contabili hanno condannato i vecchi vertici dell’Asp e il collegio di conciliazione dell’ente a risarcire la differenza di stipendio percepita dall’ex funzionario tra il 2009 e il 2011. Ma soltanto in parte, «in considerazione del quadro normativo non univoco recato dal Contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto sanità». Abbuonati, invece, gli anni successi, quando è transitata all’Arbea e in Regione, avendo effettivamente svolto mansioni di livello superiore.
Il totale fa 47mila euro e rotti, così divisi: 11.990 per l’ex direttore generale Francesco Pasquale Amendola; 13.376 per l’ex direttore amministrativo Mario Marra; 13.376 anche per l’allora il rappresentante dell’Asl nel procedimento conciliativo nonché commissario pro tempore Domenico Buscicchio; e, tra i componenti dello stesso collegio, 4.458 per Antonietta Montanarella, e Maria Gabriella De Franchi; e 3.996 per Luciana Iannielli.
L’avvocato Lavieri oggi dirige il presigioso ufficio “Affari istituzionali e generali” della Presidenza della giunta regionale, ed è tra i manager più influenti della squadra del governatore Pittella. Ma nel 2005 aveva vinto un concorso alla Asp per un posto da funzionario-avvocato, e solo tre anni più tardi ha chiesto il riconoscimento dell’inquadramento superiore, sostenendo che le domande di quella selezione fossero identiche a quelle di un esame per dirigenti. Di qui l’avvio di un «tentativo obbligatorio di conciliazione», che si è concluso con l’accoglimento della sua istanza.
Secondo il collegio presieduto da Maurizio Tocca, giudici a latere Vincenzo Pergola e Giuseppe Tagliamonte: «appare di lapalissiana evidenza la perfetta coincidenza della posizione espressa dal datore di lavoro rispetto alle richieste della lavoratrice; di contro l’esperimento del “tentativo obbligatorio di conciliazione” presuppone, naturalmente, un almeno iniziale contrasto tra le parti».
«Palese infatti la circostanza - proseguono i magistrati - che (...) sia stato, nell’occasione, un vero e proprio escamotage, che attraverso la rappresentazione di un finto contrasto tra le parti, permettesse di pervenire ad una soluzione che, eludendo il quadro normativo esistente, consentisse la realizzazione dell’obiettivo perseguito dalla dipendente (...) attesa da un verso la previsione di esenzione dalla responsabilità prevista (...), e da altro verso la possibilità di rappresentare l’accoglimento della richiesta della lavoratrice come atto dovuto in esecuzione del verbale di conciliazione (il che naturalmente non risponde a vero, considerato, tra l’altro, che detto verbale si basava sulla rappresentazione di un evidente falso contrasto tra le parti)».
I magistrati puntano il dito «innanzitutto» sul presidente del collegio di conciliazione, che «prima ha omesso di curare gli interessi dell’amministrazione contrastando la richiesta della dipendente (...) poi ha inopinatamente espresso posizioni del tutto coincidenti con quella che teoricamente doveva essere “l’avversa parte” nel procedimento conciliativo».
«E’ stata posta in essere - denuncia la Corte - una vera e propria “messinscena”». Per questo se la prende anche coi componenti del Collegio di conciliazione, che si sono «prestati» ad avallarla. Quanto ad Amendola e Marra, invece, si stigmatizza la loro “presa d’atto”: «affetta dai numerosi vizi di legittimità, puntualmente evidenziati dalla Giunta regionale in sede di controllo preventivo». Ma soprattutto il comportamento successivo, perché nonostante quei rilievi hanno disposto comunque la promozione e «non hanno neanche inviato» l’atto alla Giunta regionale «per il controllo (...) rendendo invece il provvedimento “immediatamente esecutivo».
La conclusione è che «stante la legittimità dell’inquadramento» come funzionario dell’avvocato Lavieri, l’Asl «avrebbe potuto ricevere le stesse prestazioni senza l’aggravio di spesa». Quindi il danno da risarcire.

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